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Ciò che eravamo

Recensione di “Il dio di Roserio” di Giovanni Testori

Giovanni Testori, Il dio di Roserio, Mondadori

La Milano che Giovanni Testori racconta nel suo bellissimo romanzo Il dio di Roserio (Mondadori) è un luogo dimenticato. Un teatro di posa allo stesso tempo anonimo e familiare dove si muovono uomini e donne dai volti esausti di fatica, con gli occhi limpidi colmi di risolutezza; le loro emozioni hanno una sorta di primitiva purezza e fremono nei gesti e nelle parole come i corpi degli amanti avvinghiati nelle incolte distese di verde delle periferie; la loro umanità è sincera, tanto nella nobiltà del sacrificio quanto nella spirale del vizio.

Testori è il custode di un tempo smarrito, di una memoria comune. Colleziona istantanee in bianco e nero nelle quali siamo tutti ritratti; i contorni dei palazzi, sfumati sullo sfondo di una foto, sono quelli in cui sono cresciuti i nostri nonni e i nostri padri; gli abiti grossolanamente tagliati addosso alle donne e le tute da lavoro dei loro mariti dormono nelle cassapanche e nei bauli stipati in soffitta o in cantina; le strade, che paiono troncate d’improvviso dal limitare estremo della città, dai solitari capolinea dei tram, proseguono cieche, ostinate, come se inseguissero una promessa, un futuro, come se indovinassero nuovi quartieri, nuove zone e piazze, slarghi, viali.

Ma il ricordo che innerva la scrittura di Testori, ruvida, nitida e leale al pari dei personaggi che descrive e fa agire, non ha nulla di nostalgico; noi, sembra affermare l’autore, siamo ancora quel che siamo stati, anche se lo abbiamo dimenticato. “Il Dante ha voltato via la testa. Io ho guardato la lavagna: dove ho messo gli occhi, c’era scritto: culo chi legge. Poi il presidente ha detto che per la Milanesi, della Vigor, ne aveva scelti sei e che dovevano correre tutti e sei in coppia. Io ho guardato in avanti: il lago era sdraiato giù come un letto: il sole continuava a bruciarlo. Lo vedevo tra un paracarro e l’altro, oltre le rocce che venivano su, sprofondando poi, subito, nel verde, oltre i sassi, i prati, i muri, i tetti che cadevano uno sopra l’altro, oltre le foglie delle piante, oltre l’erba dei prati, oltre i pugni, il gomito e il corno del manubrio. Allora ho incominciato a non capire più niente”. 

Il dio di Roserio, primo volume della Trilogia di Milano (gli altri sono Il ponte della Ghisolfa e La Gilda del Mac Mahon), è forse il miglior esempio di questa insolita esplorazione del passato; un viaggio nel microcosmo delle corse ciclistiche dilettantistiche, delle squadre che preparano i corridori al grande salto delle competizioni professionistiche, alla ribalta delle “classiche”, al sogno del Giro d’Italia. Il dio di Roserio qui è il Pessina, un uomo come tanti, che si guadagna da vivere come benzinaio ma che in sella a una bicicletta non conosce rivali. E che pestando con foga sui pedali, metro dopo metro, prova a combattere i suoi fantasmi. O a dargli vita.

Il ciclismo, tema del romanzo e sua metafora, nella prosa di Testori diviene il centro di gravità delle emozioni umane, il prisma che ne moltiplica le insanabili contraddizioni; la concitazione della gara, che l’autore restituisce in pagine densissime, nelle quali è solo l’occhio del corridore a registrare l’immediato scorrere delle cose, il loro disordine, la loro sostanziale incomprensibilità, riflette l’accendersi violentissimo dei desideri, il deflagrare di una volontà di potenza dinanzi alla quale ogni ostacolo viene travolto. E quel che alla fine resta, al di là della nudità oscena della vittoria (conquistata a qualsiasi prezzo), non è altro che una incurabile solitudine.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Allora io gli ho risposto:“E va bene. Eccola. Farò il servo un’altra volta”. Il presidente mi ha lasciato finire, poi ha detto:“Bravo il mio Consonni. Così mi piace”.

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