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… E imparai a raccontare

Recensione di “Racconti indiani” di Jaime de Angulo

Jaime de Angulo, Racconti indiani, Adelphi

“Pochi uomini riescono a trascendere la propria origine etnica e le proprie tradizioni culturali, al punto di penetrare e comprendere intimamente la vita di un popolo straniero. Jaime de Angulo era uno di quegli uomini. I quarant’anni che egli passò tra gli indiani Pit River della California gli permisero di identificarsi con i suoi compagni a un grado tale che, si può ben dire, non vi era sentimento loro che non fosse anche suo […]. Jaime de Angulo si rendeva conto – sia razionalmente sia intuitivamente – che la trasposizione linguistica di una certa atmosfera, di sentimenti e di fantasie non può essere affidata a eruditi.

Solo mediante il ponte della sua immaginazione creativa, egli poteva far superare ai suoi lettori le barriere di una lingua straniera e di una cultura notevolmente diversa, verso un apprezzamento reale e cosciente. Era un antropologo di professione, ma anche se in questo libro si ritrovano alcuni risultati delle sue ricerche, esso è stato scritto da un poeta. Altri scrittori, e Geoffrey Chaucer tra questi, si sono serviti della descrizione di un viaggio immaginario come di una struttura su cui stendere il manto colorato della fiaba e della poesia con cui hanno affascinato i loro lettori. Se Jaime de Angulo non avesse fatto altrettanto, quell’omogeneità e quel sapore che fanno del suo racconto un’opera d’arte sarebbero andati in gran parte perduti […]. Chi poi crede che la pulce acquatica abbia rubato l’ombra di Jaime de Angulo, quando egli si curvò per l’ultima volta sull’acqua prima di una morte immatura, ebbene, questi ha torto: la sua ombre diventerà lunga, sempre più lunga sulla terra e sul popolo che egli amò”. Riposano per intero in queste ispirate parole di Carl Carmer la bellezza e il senso di Racconti indiani di Jaime de Angulo – 1887-1950 – (in Italia pubblicato da Adelphi nella traduzione di Romano Mastromattei), saggio che non somiglia a nessun altro e che nel suo essere un documento di studio si veste dell’entusiasmo e della meraviglia di un racconto che nasce al solo scopo di affascinare, coinvolgere, sedurre e di essere, senza che sia necessario farne mostra, veicolo di conoscenza, di saggezza.

L’esperienza (umana, prima che professionale) vissuta da Jaime de Angulo con gli indiani Pit River della California, che egli visitò a più riprese per studiarne linguaggio, usi e tradizioni e che germogliò in un rapporto di fratellanza, in una piena condivisione spirituale, si traduce, nelle pagine di Racconti indiani, in una sublime arte nel narrare, in qualcosa di appreso e non di già conosciuto, in una sorta di magica rinascita che riporta all’alba innocente del mondo, a un tempo-non tempo in cui uomini e animali erano parti non conflittuali (né così diverse le une dalle altre) di un tutto governato da un’intelligenza che era armonia. Nascono qui, in questa irrealtà che tuttavia non è finzione ma al contrario un forma nuova, incontaminata verità, le storie – per bambini, sembrerebbe a prima vista, ma non è forse vero che ciascuno di noi, se di qualcosa può essere certo, è di esser stato bambino? – di Padre Orso, Madre Antilope, Ragazzo Volpe, Vecchio Uomo Coyote e molti altri ancora; storie che pazienti attendono ai lati delle strade, che si accucciano negli angoli bui delle tende, certe che prima o poi qualcuno inciamperà in loro e le raccoglierà, che frusciano tra l’erba, cantano nel vento, rombano come le acque bianche di una cascata e hanno la dolcezza della pioggia primaverile, storie di cacciatori, di notti e di giorni, di lanci perfetti nella casa del sole per chiamare la luce oppure scacciarla, e della propria ombra, di cui bisogna sempre avere cura: “Quel giorno che mi ammalai, se ti ricordi, ero andato a scavar radici con mio fratello Grizzly sulle rive del fiume. Bene, quando mi chinai per strappare alcune ninfee, mi ricordo che vidi una pulce acquatica che girava in tondo sull’acqua. Mi divertì tanto vederla girare in quel modo, che mi misi a ridere. Ma non le ho fatto niente. Sono rimasto lì a guardarla tanto a lungo, che quando mi sono raddrizzato ho avuto come un capogiro […]. Ma certo, ecco dov’è andata la tua ombra. Te l’ha rubata la pulce acquatica”.

Racconti indiani è un piccolo, meraviglioso capolavoro, è un canto, un’elegia, un quieto trionfo della parola e del mondo, o meglio dei mondi, innumerevoli, infiniti, che da essa fioriscono.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

«Andiamo, preparatevi, stamattina si parte» disse Orso rientrando in casa. Stava parlando a sua moglie, Antilope. 

1 commento su “… E imparai a raccontare”

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