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Tramontare per non più sorgere

Recensione di “Pelle di corteccia” di Annie Proulx

Annie Proulx, Pelle di corteccia, Mondadori

1693. René Sel e Charles Duquet sono sentieri che si biforcano e nello stesso tempo strade che a più riprese si intrecciano nel corso del tempo. Sono poli opposti, antipodi, e insieme l’inizio e la fine di una circonferenza, il punto esatto in cui l’uno e l’altra coincidono; sono lo specchio di destini completamente differenti e nonostante ciò la storia che raccontano è soltanto una.


1693. René Sel e Charles Duquet sono due giovani francesi poverissimi che per disperazione si imbarcano alla volta del nuovo mondo; quando giungono in Canada, allora chiamato Nuova Francia, quel che li attende è un padrone dispotico sotto il quale lavorare. Tre anni durissimi ad abbattere alberi di foreste selvagge che si immaginavano interminabili ed eterne conclusi i quali si vedranno assegnato un fazzoletto di terra e un’ombra di libertà. A patto di farcela. A patto di sopravvivere. A patto di non arrendersi alla fatica, agli inverni insopportabilmente gelidi, alla crudeltà del proprio “signore” e alle violentissime scorrerie degli indiani, la cui epoca sta per tramontare una volta per tutte. René Sel e Charles Duquet, e i loro discendenti nel corso di tre secoli di storia sono gli indimenticabili protagonisti del meraviglioso romanzo intitolato Pelle di corteccia, duro, ambizioso e travolgente lavoro della scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx (di suo trovate la recensione allo splendido libro di racconti Distanza ravvicinata qui). Mentre René Sel è in qualche misura la rappresentazione di un mondo che sta soccombendo, di un tempo nel quale superiore a ogni cosa è una saggia venerazione della natura, del suo equilibrio, della sua misteriosa potenza e della generosità con la quale dispensa i suoi doni agli uomini, Charles Duquet, che dalle grinfie del suo padrone decide di fuggire rischiando di morire nella foresta, salvandosi a stento spinto solo dalla propria determinazione a vivere, a farcela, e infine rinascendo dapprima come commerciante di pellicce e poi come industriale attivo nello sfruttamento del legname, capace di fondare un impero, è l’immagine dell’homo novus, l’incarnazione della creatura di Dio, chiamata a dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e i rettili, la cui missione è riempire la terra e soggiogarla al suo volere; è colui che, facendosi tiranno, senza rendersene conto distrugge proprio ciò di cui dovrebbe avere maggior cura credendo di adempiere la più santa delle missioni: arricchire se stesso.

Non a caso Annie Proulx premette al romanzo una citazione di Lynn White jr. che chiarisce come Pelle di corteccia sia un chiaro lavoro a tesi, una storia che pur nelle sue continue vicissitudini, nei suoi chiaroscuri, nel costante susseguirsi di colpi di scena e drammi che colpiscono tanto i membri della dinastia Sel (gravati, in forza del matrimonio del capostipite con un’indiana mi’kmaq, della pesante eredità di mezzosangue, uomini e donne di “seconda categoria” in una terra che giorno dopo giorno veniva conquistata dai coloni bianchi e derubata del proprio passato, della propria memoria e dei propri abitanti, condannati al più bieco sfruttamento oppure allo sterminio sistematico) viaggia in una direzione ben precisa e difende una posizione, quella dell’ambientalismo, della salvaguardia del pianeta messo in pericolo dalla miope e criminale rapacità umana: “nell’antichità ogni albero, ogni sorgente, ogni collina aveva il suo genius loci, il suo spirito guardiano. Questi spiriti erano accessibili agli uomini ma molto diversi da loro, come dimostrano centauri, fauni e sirene. Prima di tagliare un albero, estrarre minerali da una montagna o costruire una diga su un torrente, era importante placare lo spirito preposto a quel particolare luogo. Distruggendo l’animismo pagano, il Cristianesimo ha reso possibile lo sfruttamento della natura con totale indifferenza verso i sentimenti degli oggetti naturali”.

Romanzo dinastico, storico, avventuroso, filosofico, Pelle di corteccia è un capolavoro che si legge d’un fiato, è un viaggio magnifico e terribile tra ambizioni e sogni che mutano in incubi, tra dignità soffocate nella miseria e nel sangue, tumultuose passioni e crudeli vendette; è la storia superba e meschina dell’uomo gettato nell’incomprensibile, splendido enigma del creato.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Silvia Pisaneschi. Buona lettura.

Al crepuscolo oltrepassarono l’insanguinata Tadoussac, Kébec e trois-Rivières, e verso l’alba attraccarono, nei pressi di un remoto insediamento in riva al fiume. 

2 commenti su “Tramontare per non più sorgere”

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