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Si poteva anche chiamare così

Recensione di “Chiamalo sonno” di Henry Roth

Henry Roth, Chiamalo sonno, Garzanti

“I termini del caso ‘Henry Roth’ – uno dei casi letterari più sconcertanti del Novecento americano – sono presto detti, Nel 1934, quando fu pubblicato Call It Sleep, il nome di Roth era ignoto a tutti se non al gruppo di artisti e intellettuali del Village, amici di Eda Lou Walton, insegnante e scrittrice di fama, con la quale Roth conviveva. Subito, il romanzo di questo giovane sconosciuto si trovò al centro di un acceso dibattito: da una parte la critica legata all’estetica del realismo socialista, che rimproverava a Roth di avere ‘sprecato’ la sua esperienza nei ghetti ebraici di New York in un’opera ‘borghese’ nei suoi intendimenti intimistici, in assoluta indifferenza verso le istanze della rivoluzione proletaria; dall’altra, la critica non marxista, la quale inneggiava al romanzo per la sua poesia, per l’approfondimento psicologico, per la complessità della tessitura simbolica.


Una casa editrice delle più importanti, la Scribrner’s, si affrettò ad anticipare mille dollari per assicurarsi il suo secondo romanzo. Da quel momento ebbe inizio il ‘caso’: dopo aver scritto un centinaio di pagine, Roth si bloccò. Definitivamente
[…]. Che cosa rappresenta Call It Sleep nella narrativa del Novecento? […]. Oggi Call It Sleep è universalmente riconosciuto come un capolavoro, e non soltanto in contesto americano. Romano Bilenchi lo definisce uno dei culmini, perché la confluenza, di tutto il Novecento. Vi si immettono, funzionalizzandosi a un sistema semantico del tutto originale, Joyce ed Elliot, la tradizione talmudica e lo humour yiddish, Freud e il mito greco, la lezione sulla prospettiva di James e la lezione sul tempo di Bergson; senza peraltro, va subito detto, che tali e tante presenze costituiscano citazione colta fine a se stessa […]. Si può leggere Call It Sleep come sensibilissimo, commosso Bildungsroman; come realistica tranche de vie della New York più umile a inizio secolo; come grande metafora del processo di trasformazione dell’europeo in americano; come studio, di rara profondità e percezione, di rapporti familiari vissuti da un’attenta coscienza infantile. Lo si può leggere come romanzo ‘ebraico’ o come romanzo ‘americano’, come arena del più delicato lirismo, o del più audace, del più sgargiante sperimentalismo linguistico”. Così Mario Materassi illustra Chiamalo sonno di Henry Roth (del quale, per Garzanti, è anche traduttore), opera per molti versi universale, crogiolo razziale e linguistico che nelle pagine del romanzo riverbera nella spontaneità dei dialetti più diversi (tedesco, italiano, yiddish e altri ancora), forse la testimonianza più forte della massiccia immigrazione straniera in America di inizio Novecento, per poi rapprendersi nella lingua particolarissima, inesplicabile e unica delle emozioni di un bambino, il protagonista indiscusso della storia, David Schearl, giunto dall’Austria con la madre negli sconosciuti Stati Uniti, la “terra dell’abbondanza e delle opportunità” per ricongiungersi al padre e qui gettato nel grembo sconosciuto e terrorizzante della vita.

In compagnia di David, del suo amore incondizionato per la madre e del parallelo terrore ispiratogli dal padre, figura contraddittoria e oscura, malata, nervosa, esausta, vittima della propria mania di persecuzione, il lettore scopre ogni cosa da una doppia distanza; ciò che è vicino, che è prossimo, attraverso la mediazione dei sensi (la strada in cui si gioca e ci si azzuffa; l’inglese masticato a fatica nei negozi, a scuola; la città che emerge isolato dopo isolato, quartiere dopo quartiere, e nelle cui architetture così simili tra loro è perfino troppo facile perdersi) e ciò che è lontanissimo, misterioso fino all’inconoscibilità, nella tumultuosa vita interiore di questo bambino troppo facile alle emozioni, incapace di dominare quel che sente, intrappolato da desideri e paure alle quali non è in grado di dare un nome (le letture dei testi sacri in compagnia del rabbino, che accendono in David immagini di Dio così sfolgoranti da lasciarlo senza fiato; l’amicizia incerta, zoppicante, interessata con Leo, ragazzo più grande, più furbo, non ebreo, i cui discorsi su Gesù non fanno altro che confondere e scuotere ulteriormente il bambino, all’affannosa ricerca di risposte che da solo non potrà mai trovare; il segreto di gioventù dell’adorata madre, da lui colto in brandelli di conversazione ascoltati di nascosto; il richiamo del sesso, ululato e fremito nelle parole e nei corpi di ragazzi e ragazze dinanzi al quale David fugge in preda alla peggiore delle angosce). Finché queste due direttrici, questi poli opposti dell’esistere e dello spirito non giungono a scontarsi, a deflagrare in una resa dei conti che non è che un ritorno al principio, al viaggio intrapreso, all’approdo nel nuovo continente, all’illusoria meta rappresentata dalla fine del giorno, accolta sempre con un sospiro di gratitudine e con quel delicato, lento battito di ciglia che sì, può anche essere chiamato sonno. In attesa del prossimo risveglio.

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura. 

Il vaporetto bianco, il «Peter Stuyvesant», che scaricava gli immigranti dal tanfo e dal pulsare della classe ponte al tanfo e al pulsare dei casamenti di New York, ondeggiava appena sull’acqua accanto al molo di pietra della parte sottovento delle baracche stinte e delle nuove costruzioni in mattoni di Ellis Island.

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