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Bober lo sconfitto e Frank l’ebreo

Recensione di “Il commesso” di Bernard Malamud

Bernard Malamud, Il commesso, Minimum Fax

“Appena Bernard Malamud seppe di aver vinto il National Book Award si mise in strada e passeggiò a lungo. Camminò per le vie che conosceva e proseguì per alcuni isolati sperduti, quando sentì di essere stanco si inoltrò in un parco pubblico. Si sedette su una panchina, era quasi sera e ci pensò su.

Non rifletté sulle conseguenze del premio letterario più importante d’America, gli venne in mente la madre. Era morta giovane lasciandolo solo con il padre, un droghiere gentile di Brooklyn senza lamenti e con la devozione per la famiglia. La madre e il padre, festeggiò così lo scrittore ebreo più importante e discreto degli Stati Uniti. Era il 1959 e lui aveva quarantacinque anni, un’esistenza alle spalle […] che gli aveva portato dozzine di mestieri, dalla fabbrica ai negozi alimentari, fino al concepimento di un romanzo capolavoro: Il commesso. Lo aveva pubblicato due anni prima, l’effetto che generò fu lo stesso che si avvera nelle scorribande tra ragazzini, quando il più fragile della compagnia compie un’impresa inaspettata. E produce sgomento. Così il narratore che veniva dalla tetra Brooklyn, ebreo di irrisorio fascino, divenne il maestro indiscusso di un giovane Philip Roth e il collega cui guardare con ammirazione, il riferimento è a Saul Bellow. L’intero mondo letterario seppe che la grande potenza di Malamud covava nella semplicità, e nell’onestà. Per lo sguardo e per la scrittura. Per l’azzardo di restare nella modestia degli uomini. Il commesso è questo”. Queste le parole che Marco Missiroli dedica al lavoro più celebre di Bernard Malamud (pubblicato da Minimum Fax nella traduzione di Giancarlo Buzzi) scintillante gioiello letterario nel cui sommesso respiro narrativo palpita un intero mondo. Lo squallore di un vecchio e polveroso negozio di alimentari, una drogheria schiacciata dal peso degli anni e dall’indigenza di un quartiere, di una città, forse addirittura del mondo, e l’appartamento che le è collegato, sono il nudo palcoscenico dove Morris Bober – commerciante di specchiata onestà, uomo mite e pacifico, marito come tanti e padre devoto, che per l’adorata figlia coltiva sogni che non sarà mai in condizione di realizzare – giorno dopo giorno interpreta se stesso; armato di una pazienza che i più giudicano alla stregua di una patetica forma di sottomissione ma che in realtà è coraggio, e coraggio non comune perché è resistenza alla sostanziale assenza di misericordia di ciò che chiamiamo vita (e che Missiroli definisce “lotta tra un omino giusto e un immenso dio impietoso”), quest’uomo consumato, sconfitto eppure non ancora completamente vinto, trascina accanto a sé, come fosse un compagno cui si è giurata fedeltà, con il quale si è impegnata parola, la propria esistenza fatta di irrinunciabili valori, di una moralità dalla quale non è concesso derogare, pena l’impossibilità di riconoscersi come essere umano. Morris Bober ha pietà, conosce la fatica e accetta di pagarne il prezzo, sa di non poter comprendere la volontà di Dio e comprende il peso della responsabilità; non si vende, Morris Bober, egli è sordo alle lusinghe di qualsiasi compromesso, di qualsivoglia scorciatoia; soccombere perché sconfitti dalla vita e dalla sua implacabile durezza, per quanto terribile possa essere, non sarà mai come andare alla deriva perché si è giunti al punto di tradire se stessi. In ballo, tra le due alternative, c’è la difesa della propria dignità, ed è questa che il debole ma a suo modo risoluto droghiere non rinuncia. Cascasse il mondo. Ed ecco che improvvisamente, quasi che Dio avesse finalmente deciso di voltare lo sguardo verso di lui e di sorridergli, sorge sul cupo orizzonte di Morris Bober il pallido sole italiano di Frank Alpine, un giovane sbucato da chissà dove, un perdigiorno forse, magari persino un criminale (chi può dirlo?), oppure chissà, soltanto qualcuno in cerca di un lavoro, che comincia a dare una mano in drogheria senza chiedere nulla in cambio, solo un posto dove stare e del cibo da mangiare. Per Morris, che è allo stremo delle forze, l’arrivo di Frank è una specie di benedizione, magari addirittura il segno di un cambio di passo, della marea della buona sorte che finalmente muta se è vero come è vero che gli affari cominciano a girare.   

Ma naturalmente nel mondo povero e grigio di un quartiere, di una città, nel mondo ingiusto e cattivo nel quale tutta l’umanità gemendo sprofonda, nulla può essere assolutamente buono, né ci si può cullare nell’illusione che esista qualcosa di simile alla felicità. Probabilmente le cose, nella vita, stanno come le rimugina Frank nella propria anima tormentata; in una costante confusione, indistinguibili o quasi le une dalle altre, camuffate, ingannevoli, create da un demiurgo malvagio allo scopo di tentarci e farci cadere, affinché sia il male il frutto dei nostri pensieri e delle nostre azioni, e il bene, quand’anche fortissimamente voluto, quand’anche espressione d’amore, ad altro non si riduca se non ad accidente, a neutro capriccio del caso.  

Eccovi l’incipit del romanzo. Buona lettura.

Erano i primi di novembre e all’alba l’oscurità della notte durava ancora nella via, ma il vento, con meraviglia del negoziante, imperversava già. Gli sbatté con violenza il grembiule in faccia mentre si chinava a raccogliere le due cassette di latte dal bordo del marciapiede.

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