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Tra Orwell e Rino Gaetano (senza dimenticare San Paolo)


Recensione di “Romanticidio” di Eleonora Molisani

recensione - romanticidio - eleonora molisani

Eleonora Molisani, Romanticidio, Neo

E’ più prosa che poesia cantava il compianto Rino Gaetano in uno dei suoi brani più celebri e amati, a significare che tanto nelle esasperate differenze sociali – “chi possiede la Mutua/chi va in farmacia” –

quanto nelle meschine preoccupazioni che riempiono la vita di chi non ha altro cui pensare tranne i propri averi da difendere a ogni costo – “e vivremo nel terrore/che ci rubino l’argenteria” – di spazio per la bellezza autentica non è che ne rimanga molto. Né le cose si può dire vadano meglio per i sentimenti, in primo luogo l’amore, i legami d’amicizia, la più generale solidarietà umana, la compassione; in una parola, per tutti quei moti dell’anima (e per i comportamenti, diciamo così, virtuosi, che dovrebbero derivarne) cui siamo soliti riferirci quando ci sforziamo – perché un certo sforzo è necessario, ammettiamolo – di guardare alle persone sotto la migliore luce possibile. I sentimenti, si diceva; e tra loro, primo, l’amore naturalmente. Quell’amore sovrumano e allo stesso tempo perfettamente umano (perché sparso tra tutti gli uomini, anche se loro, o meglio noi, del dono elargito ancora non abbiamo preso coscienza, e chissà se mai riusciremo a farlo, ma di questo, come si suol dire, magari in un altro momento…)  di cui scrive San Paolo (citatissima la Prima Lettera ai Corinzi, talmente nota che non sarebbe neppure il caso di nominarla per l’ennesima volta, ma chi scrive non sa resistere al fascino di un richiamo colto, quand’anche, come in questo caso, abusatissimo) che non invidia, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma anzi, all’opposto si rallegra della verità, e non ancora contento, non ancora sazio, tutto scusa, tutto crede, tutto spera e sopporta. Quell’amore che la prosa velenosamente ironica di George Orwell nel bellissimo Fiorirà l’aspidistra ha mutato in denaro, infliggendo al suo protagonista, il fallito e frustratissimo poeta Gordon Comstock, la maledizione di una divorante sete di mondano successo destinata a rimanere inappagata. Ecco, quell’amore, questo amore, che al sublime incanto di San Paolo guarda scuotendo la testa rassegnato e, al pari di una valanga la cui spinta si è infine esaurita, rimane immobile tra il ghigno disperatamente compiaciuto di Orwell e la malinconica allegria d’ubriaco di Rino Gaetano, è quello che canta (volutamente, programmaticamente stonando) Eleonora Molisani nel suo spassoso e mefistofelico (nel senso della perfidia) Romanticidio, non già silloge poetica (sarebbe troppo banale, suvvia) critica e sincera fino alla commozione su quella forza irresistibile “che muove il sole e l’altre stelle” (di citazioni si può morire, credetemi, e poi questa la trovate anche nel libro di Eleonora, perciò non lamentatevi), ma, come ben spiega il sottotitolo scelto, raccolta di spoesie d’amore e altre disgrazie. Perché a ben guardare, cos’altro è l’amore, questo sentimento che è dappertutto, sempre, che non ti lascia mai un istante di pace, ti insegue, ti bracca, ti perseguita, affolla i tuoi giorni e le tue notti delle sue urgenze, delle sue emergenze, dei suoi stupori e dei suoi malumori, se non una disgrazia? Una disgrazia da cui, disgraziatamente, per quanta fatica si faccia non ci si libera?

Se le cose stanno così – e gli sfacciati versi di Eleonora Molisani, che con la lingua giocano con la grazia fanciullesca di consumati acrobati cui riescono senza fatica le più pericolose e spettacolari evoluzioni, a più riprese ci ripete che proprio così stanno, e sarebbe bene che ce ne facessimo tutti una ragione – allora l’unico modo per dare a questa iattura quel che si merita è una spoesia, un gioco letterario di versi versati sulla carta come vino su una tovaglia che si prende licenza (spoetica, va da sé) di dire l’indicibile (o qualcosa che all’indicibile va molto vicino) e di dirlo ridendo, piangendo, sussurrando, cantando urlando; di dirlo persino rimando le rime sfinite di un rapper a corto di ispirazione e fantasia (sono distrutta/una donna morta/mangio una torta/la mangio al volo/e mi consolo). Ma attenzione a non farvi ingannare; l’autrice, che oltre a essere giornalista di lunghissimo corso è scrittrice di indubbio talento (se non l’avete ancora fatto leggete i racconti contenuti nella sua opera prima, Il buco che ho nel cuore ha la tua forma e il suo meritatamente fortunato romanzo Affetti collaterali) sa bene fin dove spingersi con la lingua; non a caso, il suo libro è un perfetto equilibrio di cinica spudoratezza (“Ti bramo”. “Dimmelo all’infinito”. “Bramare”) e di angoscia autentica, che nessun sarcasmo, per quanto impeccabilmente dosato, riesce del tutto a nascondere. Perché non si ama soltanto il proprio compagno di letto che russa sonoramente, non si ama semplicemente l’uomo sbagliato, l’immancabile “coglione di turno”, si ama il proprio lavoro, che è poi una gran parte della propria vita (così difficile da apprezzare, da valorizzare), si amano i figli (spesso soffrendo terribilmente), e più di tutto non si smette mai di provare ad amare se stessi, per quanto difficile (tante volte quasi impossibile) sia

Eccovi un assaggio, a mio avviso assai indicativo, di quel che troverete in questo libro. Buona lettura. 

La solitudine non è un luogo dell’anima. E’ che proprio non c’è nessuno.

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