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Il gioco del vero


Recensione di “Il meglio dei racconti di Luigi Pirandello” di Luigi Pirandello

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Luigi Pirandello, Il meglio dei racconti di Luigi Pirandello, Mondadori

“Fermare una situazione, dar vita a un personaggio, chiudere nel giro breve di un racconto

minute tragedie individuali e rimandare a più vaste crisi storiche e sociali. La novella, terreno privilegiato di ogni sondaggio d’anima pirandelliano, rimarrà nel tempo serbatoio prezioso di figure, di temi via via ritentati e approfonditi, momento ineliminabile di confronto tra lo scrittore e i suoi ricorrenti fantasmi […]. Ecco, allora, venirci incontro da queste pagine di novella una lunga teoria di emarginati, che mutano tipologia a seconda del contesto storico-sociale: iettatori, emigrati, reduci garibaldini disillusi e disadattati all’interno della società unitaria, o personaggi che, comunque, siano diversi, estranei, e soffrano di una dis-locazione nel proprio presente, tanto da schermarsi dietro i vetri di una finestra a spiare la luce consolatoria di un’altra casa […]. L’anomalia, la diversità sono il requisito primo di un personaggio condannato a patire un’emarginazione: prezzo a cui gli è dato osservare dall’alto il vano affacciarsi e torturarsi delle passioni umane […]. Il protagonista pirandelliano è, allora, uomo solo per eccellenza […] e contro di lui si può coalizzare un anonimo coro persecutorio, o ergere, giudice verso un unico imputato, un’intera società […]. Ci muoviamo, si vede, in un universo sottratto di certezze e di rassicurazioni, in cui ogni referente perde di credibilità”. La prefazione di Simona Costa alla bellissima antologia intitolata Il meglio dei racconti di Luigi Pirandello (Mondadori) illumina il percorso narrativo, tortuoso quanto affascinante, che il grande scrittore siciliano, premio Nobel per la Letteratura nel 1934, costruisce lungo le oltre mille pagine della raccolta. Il mondo che egli offre al lettore, il microcosmo che può venir rappresentato da un’esistenza individuale quanto dall’apparentemente sonnacchiosa e monotona vita di paese scandita da ritualità intoccabili, è, al di là di un ordine e di una misura che altro non sono se non organizzata finzione, complotto ordito da quegli stessi che lo subiscono (e che quasi inconsapevolmente finiscono per accettarlo, patendone ogni conseguenza), qualcosa di tragicamente incoerente, un sotterraneo, tumultuoso rovesciarsi di magma, il deflagrare psichico cui l’uomo si condanna nel momento in cui in cui si dichiara pronto a portare su di sé un peso che la propria moralità imperfetta, l’egoismo feroce, la sfrenatezza dei desideri (in una parola la natura cui egli non può in alcun modo sfuggire) rendono semplicemente intollerabile. Le novelle, dunque, dipingerebbero un paesaggio d’incubo, la fine non semplicemente del vivere sociale, ma dell’uomo stesso, incapace, se abbandonato alla propria istintualità, di lasciare spazio al prossimo; eppure, malgrado questa pessimistica (di più, terribile) conclusione balzi con evidenza agli occhi del lettore, è indubbio che dalla prosa di Pirandello si esca come rinvigoriti, corroborati, rinfrescati, in qualche misura persino rinnovati. Le sue pagine, come lenti donate agli occhi affaticati e offesi di un miope, consentono di vedere con più chiarezza quel che circonda, aiutano a penetrare i fatti, a smascherare menzogne, svelare ipocrisie; e per quanto Pirandello sappia andare a fondo nelle nequizie dell’uomo mai egli lascia che a trionfare sia la disperazione.

Cosa sono allora queste novelle? Forse un inganno nell’inganno? Un trucco? Un gioco letterario? La risposta a queste domande sta probabilmente in quell’ombra indistinta e tuttavia persistente, tenace, d’amara allegria che pare emergere da ogni cosa. Allegra, spensierata, vestita di fatalità, è la povertà assetata delle campagne, che impone sacrifici pesantissimi agli uomini ma che regala loro la quiete immobile della sera, capace di lavare via ogni fatica dalle membra e ogni peso dai cuori; vivace, fremente, affamata d’emozioni è la vita dei protagonisti di queste storie, siano essi lavoratori tra i più umili e illetterati, nutriti solo di superstizioni e cibo grossolano, o notabili cui la sorte ha donato ogni fortuna, e incessante la loro ricerca di felicità. Che questi sforzi siano vani non importa; saranno il tempo, le circostanze, gli accadimenti, sarà nient’altro che il loro trascorrere su questa terra (come il trascorrere di ognuno di noi) a incaricarsi di disilludere queste anime, ma tutto succederà per così dire al momento giusto, al momento opportuno. L’uomo pirandelliano, cui tutti noi così tanto somigliamo, è certamente uno sconfitto, è senza dubbio una penosa parodia di essere umano che trascina se stesso lungo una teoria di macerie (i suoi sogni irrealizzabili e ancor più quelli che è è riuscito a realizzare), ma prima di ciò è attore principale del dramma che incarna, un dramma che il suo stesso essere (o forse l’imperscrutabile misericordia di un Dio) muta in commedia. E non a caso vere e proprie maschere da commedia sono lo iettatore che pretende una patente che ufficializzi il suo “dono”, l’anziano lettore ormai cieco per i troppi libri divorati e per il quale la sola vita possibile è quella stampata sulla carta, il professore ordinario di storia delle religioni ignorato dagli allievi, i due amici inseparabili, avvocato uno, medico l’altro, uniti neppure loro sanno esattamente da cosa. 

Eccovi l’inizio del racconto che apre questa raccolta, intitolato Scialle nero. Buona lettura. 

– Aspetta qua, – disse il Bardi al D’Andrea. – Vado a prevenirla. Se s’ostina ancora, entrerai per forza.

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