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Signori di mezza tacca


Recensione di “Le anime morte” di Nikolaj Gogol

recensione - nikolaj gogol - le anime morte
Nikolaj Gogol, Le anime morte, BUR

Anime. Così erano designati, nella Russia ottocentesca, i servi della gleba, indispensabile forza lavoro a disposizione dei piccoli e grandi proprietari terrieri. Per ciascuna di queste anime, il sistema di tassazione allora vigente prevedeva il pagamento di una tassa di possesso 

calcolata su ogni singola persona e non commisurata al reddito di colui che di quelle persone si serviva impiegandole nelle più diverse faccende. Solo una volta ogni cinque anni lo Stato si incaricava di censire l’esatto numero delle anime impegnate nelle varie fattorie; se dunque – situazione che si verificava assai di frequente – tra un controllo e il successivo alcuni schiavi (perché di schiavi a tutti gli effetti si trattava) morivano, chi ne vantava la proprietà, non potendo comunicare ad alcuno i decessi, era obbligato a onorare comunque il relativo balzello. Questa, in estrema sintesi, la cornice storico-sociale nella quale Nikolaj Gogol ambienta il suo capolavoro, Le anime morte, romanzo umoristico di straordinaria vivacità la cui ispirazione si deve a un fatto di cronaca. Protagonista del cinico affresco gogoliano è il consigliere di collegio (carica tra le più umili nel complesso apparato statale russo dell’epoca) Pavel Invanovic Cicikov, uomo dai modi ridicolmente affettati, desideroso di distinguersi, di fare colpo, braccato dall’ingombrante cono d’ombra di un passato non proprio cristallino cui egli, quando proprio non può farne a meno, si riferisce con la vaga e teatralmente sofferta formula “in passato ho sofferto per la verità” e sempre pronto a escogitare nuovi modi per guadagnare somme ragguardevoli a danno del prossimo. Giunto, in un giorno uguale a tanti altri, nel piccolo capoluogo del governatorato di N., Cicikov (così ha inizio il romanzo, in Italia pubblicato da BUR nella traduzione di Laura Simoni Malvasi), l’eroe-antieroe di questa storia si mette senza indugio all’opera per realizzare il suo astuto disegno. Ma qual è esattamente l’obiettivo di Cicikov? Prendere contatto con i più eminenti uomini d’affari della zona e proporre loro di acquistare, a un prezzo simbolico, tutti i loro servi della gleba deceduti e per i quali si deve continuare a pagare la già citata tassa, così da alleggerire di un odioso fardello quegli uomini.

A prima vista, che è poi la sola di cui dispongono gli interlocutori del mellifluo Cicikov, sembra che la proposta sia dettata dalla più assoluta bontà e dal più angelico altruismo, ma poiché gli uomini tutto sono tranne angeli gli uni agli altri (cosa che ben sa Cicikov, e ancor meglio di lui sa il suo creatore e burattinaio Gogol, che in questo romanzo ritrae, nei personaggi cui dà vita, un Paese del tutto privo di moralità, consumato da una tumorale indifferenza verso tutto ciò che esula dall’interesse personale, meglio se immediato, tangibile, misurabile, concreto, e cosa può esserci di più concreto, tangibile e dolce del denaro risparmiato?), ecco che pagina dopo pagina la macchinazione di Cicikov viene svelata. In un delizioso gioco letterario, condotto lungo i vertiginosi saliscendi di dialoghi nei quali ciò che viene taciuto, o rivelato solo indirettamente, fra mille cautele e paure, è infinitamente più importante di quel che viene detto, riflesso nelle dettagliatissime descrizioni dei comportamenti dei vari anfitrioni di Cicikov, ognuno dei quali mutato dalla penna di Gogol in una sorta di archetipo di un particolare vizio (l’avarizia, l’accidia, l’invidia…) e infine restituito decuplicato in potenza nella figura cangiante eppure sempre uguale del consigliere di collegio, le cui camaleontiche strategie di conquista si sforzano di aderire alle differenti psicologie delle “ignare vittime” di Cicikov che in realtà non sono in nulla diverse dalla sua, se non fosse che lui veste i panni del truffatore e gli altri di coloro che corrono il rischio di venire raggirati (ma in una situazione diversa i ruoli potrebbero benissimo essere invertiti), emerge una Russia raccontata con una sincerità così rude da ferire.

L’ironia, vivacissima, puntuale, di cui il romanzo è intriso, muove spesso il lettore a un riso sincero, convinto, pieno, ma allo stesso tempo si rivela un’arma distruttiva di eccezionale potenza e precisione; sotto i colpi del sarcasmo di Gogol, si diceva, è l’intera società russa a cadere, a rovinare, a finire in macerie, ad arrendersi al dilagante contagio di una deriva morale non più arrestabile. La sua rinascita, che l’autore affida a una seconda parte di romanzo confusa, poco equilibrata (Gogol non riuscì a portare a termine il piano complessivo dell’opera) e soprattutto tanto distante dalla quasi assoluta perfezione narrativa dell’inizio (che si conclude nella precipitosa fuga di Cicikov dal teatro del suo agire) ha la dolente impalpabilità di un sogno, di un desiderio irrealizzabile e lascia indiscutibilmente un sapore agrodolce sulle labbra. Per fortuna il romanzo è altrove.

Eccovi l’incipit, buona lettura.

Nel portone di un albergo della città di N., capoluogo di governatorato, entrò un calessino non grande, abbastanza decoroso, molleggiato, sul tipo di quelkli in cui viaggiano gli scapoli, i tenenti colonnelli in congedo, i capitani in seconda, i proprietari di un centinaio di anime di cointadini, in una parola tutti coloro che sono detti signori di mezza tacca.

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