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Una dimenticata piacevolezza di lingua


Recensione di “Il velocifero” di Luigi Santucci

recensione - luigi santucci - il velocifero

Luigi Santucci, Il velocifero, Mondadori

 

La gioia quieta che la famiglia custodisce e alimenta; l’eccitato trasporto per l’altro che

divampa in un rapporto d’amicizia che da curiosa affinità cresce fino a diventare quasi una fratellanza di sangue, un patto siglato per la vita per poi sprofondare, a causa dell’innata malvagità degli uomini , o forse per colpa della loro intrinseca debolezza, della loro naturale imperfezione, nel dolore sordo dell’odio trattenuto a stento, in un cocente desiderio di vendetta destinato a non farsi mai concretezza, a non mutare in azione, in fatto; la calda, onesta solidità degli affetti, che pure manca della forza sufficiente a scardinare silenzi, rivelare segreti, vincere egoismi; il valore del sacrificio personale, la nobile bellezza della lealtà alle persone e alle idee, e infine l’amore, che respira ovunque ma rimane inafferrabile e come un soggetto in continuo movimento non si concede all’obiettivo della macchina fotografica finendo per ridurre ogni scatto (e dunque ogni tentativo di decifrazione, da parte dei singoli, di quel che di volta in volta provano, dei loro entusiasmi e dei turbamenti che li attraversano) a un confuso incrociarsi di linee sfuocate e passaggi d’ombra. A rilucere nel bellissimo, struggente romanzo Il velocifero di Luigi Santucci, è l’universo interiore dei protagonisti portati in scena. Come ben si rileva nell’introduzione al volume, quest’opera di Santucci, la cui prosa risalta per raffinatezza, per una piacevolezza di lingua con la quale la scrittura ha da tempo perduto dimestichezza – si va dalla dialettale, masticata parlata milanese, dove ogni suono pare avere in sé assieme al proprio significato anche l’emozione (la rabbia, la gioia, la commozione, la disillusione, la speranza…) che, tra i molti altri possibili, l’ha portato alle labbra, al forbito discorrere del mondo borghese, per il quale la cultura è segno distintivo, qualità da sfoggiare, senza alterigia, certo, ma anche senza alcuna falsa modestia, con legittimo orgoglio dunque, e una punta di comprensibile compiacimento – “[…] è il primo romanzo di Santucci di largo respiro […] . Questa fortunata storia […] potrebbe illustrativamente intitolarsi ‘L’arca di Noè’: l’arca cioè di una grossa e pittoresca famiglia galleggiante sulla Milano del primo Novecento […]. Emblema di questa densa e articolata ‘saga’ è il velocifero, ossia ‘la diligenza per viaggi celeri che si sgretola fuori uso nel cortile del Cascinone, col suo nome saettante e orgoglioso e nel vero così decadente‘. Nella prima parte sarà la storia di una famiglia felice, vissuta dal lettore attraverso la prospettiva infantile dei protagonisti, i fratelli Renzo e Silvia Bellaviti […]. Ma nel corso delle quattrocento pagine di questo libro, la comicità, l’intimismo, il gustoso ‘macchiettismo’ caratteristico del Santucci faranno posto alle più intense e travagliose passioni della vita, esposte ai battaglieri venti del male e del bene”.

Impossibile non affezionarsi ai caratteri che la penna di Santucci scolpisce con maestria d’artista, muovendosi in perfetto equilibrio lungo il filo sottilissimo che divide la realtà osservata, studiata, interpretata, dall’immaginazione, dalla fantasia che trascina uomini e donne oltre il proprio tempo, oltre la contingenza delle vicende raccontate, al di là del riso e del pianto per consacrarle all’immortalità letteraria. E impossibile, allo stesso modo, non partecipare dapprima alle fortune innocue (perché meritate, quasi che a dispensarle, per una volta, sia non un cieco caso ma un saggio giudice in grado di discernere ragioni e torti e distribuire premi e castighi solo e soltanto in ragione dei meriti acquisiti e dei debiti accumulati) di questa famiglia che, già numerosa di suo, non fa che acquistare, per tutta la prima parte del libro, nuovi, degnissimi membri, e poi sempre più angustiarsi dinanzi al susseguirsi di disgrazie che costringono ciascuno a misurarsi con la parte meno luminosa di sé, negata e messa a tacere per troppo tempo e forse con coscienza eccessivamente leggera.

Ricchissima e semplice, ingenua e di straordinaria profondità, la storia narrata ne Il velocifero è un viaggio in un mondo irrimediabilmente perduto, superato ma i cui tesori restano intatti e la cui voce, flebile al punto da non poter essere paragonata neppure a un sussurro, ha ancora la forza di parlarci. A noi il dolce dovere di darle ascolto.

Eccovi l’incipit, buona lettura.

“Per tucc i Sant, mantell e guant” disse Marietta sollevandosi con una bracciata di indumenti di lana. Era fatta di due donne incollate per errore una sull’altra: dal deretano enorme spuntava un torace ossuto senza poppe, e un collo e due braccia legnose.

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