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Un proiettile all’ultimo chilometro

Recensione di “La lunga marcia” di Richard Bachman

Richard Bachman, La lunga marcia, Mondadori

Richard Bachman, La lunga marcia, Mondadori

Una gara di resistenza. Un gioco al massacro. Un tragico spettacolo. Una lenta esecuzione. Una lunga, inutile marcia, e al traguardo la morte. Nelle vaste, silenziose distese di un’America senza identità, sospesa nel tempo e inquietante come il peggiore degli incubi, cento giovani prendono parte, ogni anno, a un evento molto particolare: una corsa da una costa all’altra del Paese, un estenuante cammino costantemente sorvegliato da pattuglie militari e disciplinato da un ferreo regolamento.


Al premio per il vincitore, cui spetta, per il resto della vita, qualsiasi cosa desideri, fa da terrificante contraltare la sorte che tocca a tutti gli altri partecipanti: la morte, per fucilazione, comminata a chi, ricevute tre ammonizioni (che scattano ogni volta che i concorrenti rallentano la propria andatura fino a scendere sotto la soglia minima di sei chilometri l’ora), non riprende a muoversi al giusto ritmo. È dunque la morte, l’eliminazione fisica dei concorrenti, di chi, per un motivo o per l’altro, si arrende, non resiste, getta la spugna, il vero traguardo di questa follia di massa trasmessa in diretta da tutte le televisioni e seguita attimo per attimo da milioni di spettatori; è il crudo fascino della violenza, dell’arbitrio travestito da norma, dell’omicidio indiscriminato e selvaggio divenuto legge, diritto, a mutare i cittadini in tifosi, a richiamare ai bordi delle strade un pubblico coinvolto, partecipe, esaltato di ferina partigianeria: “Circolò la voce che un Marciatore era stato ammonito per essersi mescolato agli spettatori, e per reazione il pubblico si mise a gridare e applaudire più forte. Gli applausi crepitavano come popcorn […]. I prati erano pieni di gente che gridava e applaudiva”.

Ed è sempre la morte, presentata come istituzionale strumento di dominio, di governo, e come sconfitta, naufragio di un’umanità che ha smarrito se stessa, il cuore tematico e narrativo del cupo e trascinante romanzo La lunga marcia, pubblicato nel 1979 dal celebre scrittore americano Stephen King con lo pseudonimo di Richard Bachman e uscito in Italia per la prima volta nel 1985 nella splendida collana Urania di Mondadori. Protagonista dell’utopia negativa disegnata da King/Bachman è il sedicenne Ray Garraty; è sulle sue scelte, o per dir meglio sulle motivazioni che le ispirano (il desiderio di annientamento che lo spinge a prendere parte alla marcia e poi, una volta in gara, la disperata volontà di resistere, di non farsi ammazzare, di fare della propria vita un atto di ribellione, e ancora i legami stretti durante il cammino e spezzati dal crepitare dei fucili dei soldati, il cortocircuito dei pensieri, stremati, al pari del corpo, da quell’insensato supplizio) che l’intera vicenda si fonda; la solitudine di Ray, amplificata dall’indifferenza crudele del paesaggio (“Una nebbiolina lattea si era accucciata nelle forre e nel fondo dei fossi. Qualcuno chiese che cosa sarebbe successo se fossero usciti di strada nel caso la nebbia fosse salita […]. Oltrepassarono uno stagno immobile quasi perfettamente rotondo, velato da una leggera foschia. Pareva uno specchio annebbiato, e nel misterioso groviglio di piante acquatiche che crescevano sul bordo una ranocchia gracidava roca”), non è che il riflesso di una generale frammentazione, della perdita irrimediabile di ogni capacità di coesione.

Così, il gelido teatro di guerra che King/Bachman chiama America ma che potrebbe essere qualunque luogo, qualsiasi Paese, è prima di ogni altra cosa un deserto sociale, una terra che l’uomo abita come fosse un parassita, sprofondato in un’egoistica cecità, sordo alla presenza dei suoi simili. Sradicata ogni comunione, solo l’artificialità di uno spettacolo organizzato nei minimi dettagli, solo il brutale rito del sangue piegato alla logica consumistica dello show hanno una dimensione collettiva: soddisfano gli appetiti più elementari, e nel farlo sempre più spogliano le persone di ciò che dovrebbe caratterizzarle, condannando alla fragilità della memoria, all’inevitabile sbiadirsi del ricordo, la loro dignità, i loro sentimenti, la loro anima. “Jan aveva i capelli molto lunghi. Aveva sedici anni […]. Jan non gli permetteva di fare l’amore con lei, e lui non sapeva come persuaderla. Anche lei lo desiderava, ma non voleva. Garraty sapeva che molti ragazzi riuscivano a vincere la resistenza delle ragazze, ma lui non era capace. Forse non ci sapeva fare o, in fondo in fondo, non voleva costringerla. Si chiese quanti dei ragazzi che partecipavano alla Marcia erano ancora vergini”.

Romanzo “di fantascienza”, romanzo politico, romanzo sociale, romanzo allegorico, La lunga marcia, nel suo procedere serrato e commosso, nella sua lucida visionarietà, rientra in tutte queste definizioni pur conservando un’ombra di indeterminatezza. È merito di quest’ombra se questo romanzo scritto da Richard Bachman oltre trentanni fa sembra rifiutarsi di invecchiare e affascina, sorprende, conquista a ogni nuova lettura.

Eccovi, invece dell’incipit, parte della riflessione iniziale di King dedicata alla sua scelta di firmare questo romanzo (assieme ad altri quattro) con uno pseudonimo. La traduzione, per Mondadori, è di Beata della Frattina. Buona lettura.

Tra il 1977 e il 1984 ho pubblicato cinque romanzi sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. Erano Ossessione (1977), La lunga marcia (1979), Uscita per l’inferno (1981), L’uomo in fuga (1982) e L’occhio del male (1984). Due sono i motivi per cui alla lunga sono stato riconosciuto sotto il nome di Bachman: perché i primi quattro libri, tutti originariamente in edizione tascabile, erano dedicati a persone con cui avevo rapporti di vario genere e perché il mio vero nome compariva sui documenti riguardanti i diritti d’autore di uno dei romanzi. Ora mi si chiede perché l’ho fatto e pare che non riesca a trovare risposte molto soddisfacenti. Meno male che non ho assassinato nessuno, vero? […] Credo che tutti i romanzieri siano incorreggibili mistificatori ed è stato divertente essere qualcun altro per un po’, nel mio caso Richard Bachman […]. Esiste uno stigma collegato all’idea dello pseudonimo. Non era così in passato. C’è stato un tempo in cui scrivere romanzi era considerato occupazione di basso rango, forse più un vizio che una professione, e lo pseudonimo era un modo che poteva apparire perfettamente naturale e rispettabile con cui proteggere se stessi (e i propri parenti) dall’imbarazzo. Con il crescere della considerazione per l’arte del romanzare, le cose sono cambiate. Da una parte i critici e dall’altra, in generale, i lettori, cominciarono a guardare con sospetto il lavoro svolto da uomini e donne che tenevano nascosta la loro identità. Se fosse roba buona, era all’incirca l’opinione generale, sebbene taciuta, ci avrebbe messo sopra il suo nome vero. Se ha mentito sul suo nome, il libro dev’essere un pacco peggio che postale. Dunque desidero chiudere spendendo qualche parola sul valore di questi libri. Sono romanzi buoni? Non lo so. Sono romanzi onesti? Credo di sì. Sono stati concepiti con onestà, questo posso affermarlo, e scritti con un’energia che oggi posso solo sognare.

6 commenti su “Un proiettile all’ultimo chilometro”

  1. ciao, sempre interessante leggere i tuoi consigli letterari.
    Pensa un po’ che mio padre mi proibiva di leggere i così detti gialli e soprattutto quelli di fantascenza, perché li riteneva non adatti alla cultura di un ragazzo………….bah !
    Altri tempi …. forse.

  2. Ciao ho incrociato il tuo blog per caso e devo dire che sono rimasta affascinata dal modo in cui scrivi e dai libri che recensisci. Ho sempre preferito i romanzi pubblicati sotto lo pseudonimo di Richard Bachman a quelli, seppur più famosi, di Stephen King anche se devo ammettere che questo non l’ho letto. Rimedierò a brevissimo perché, a giudicare dalla tua recensione, merita davvero.
    Grazie del consiglio

    1. Ciao Veronica, grazie a te dell’attenzione e del positivo parere che esprimi. Mi auguro tu voglia continuare a seguire il blog e spero di rileggerti presto, magari per scoprire come avrai trovato “La lunga marcia”.
      Un caro saluto

      Paolo

      1. Molto volentieri. Non abbandono mai un blog che mi piace. Se ti va passa dal mio, è nuovo per cui ci sono poche cose ma si riempirà in fretta promesso.
        A presto

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