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Recensione di “Nel sacco” di Sol Yurick

recensione - Sol Yurick - Nel sacco

Sol Yurick, Nel sacco, Feltrinelli

“Joyce voleva svegliarsi dalla storia; io vorrei svegliarmi dalla mitologia”. Questa risposta, data nel corso di un’intervista, riassume il senso del fiammeggiante romanzo politico Nel sacco (in Italia edito da Feltrinelli nella traduzione di Lydia Corgiat), nel quale Sol Yurick – noto al grande pubblico per I guerrieri della notte, diventato un film di culto –

dipinge un crudo ritratto degli Stati Uniti d’America negli anni successivi al tragico omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy. È nella fredda, burocratica formula di un acronimo, ADC, Aid to Dependant Children, programma governativo per l’assistenza ai bambini bisognosi, o come con maggior efficacia scrive l’autore a coloro che di questi bambini dovrebbero occuparsi “[…] Aiuto ai Bambini in bisogno… marito invalido, marito che abbandona la famiglia, nessun marito, molti mariti”, che il grandioso affresco di Yurick prende forma; ADC infatti è tutto ciò contro cui l’America progressista combatte, dalle disuguaglianze sociali alla piaga della disoccupazione che colpisce alcuni strati della popolazione più di altri; dalla riqualificazione urbana, che ha per scopo l’eliminazione delle periferie degradate e i quartieri dormitorio dove criminalità e spaccio di droga la fanno da padrone, a oculate politiche di investimento dei fondi (spesso cospicui e ancor più frequentemente sperperati o peggio dirottati a beneficio di privati interessi); dall’assistenza ai singoli – persone di colore nella stragrande maggioranza – alla denuncia dei legami perversi tra potere politico e finanza. Peccato che ADC sia, nel medesimo tempo, anche il ritratto più autentico dell’America, la denuncia delle sue più macroscopiche contraddizioni, dunque, e insieme la scandalosa nudità della sua essenza, ed è il suo corpo malato, o meglio il suo corpo morto, che Yurick, nelle 500 pagine del romanzo, disseziona sul tavolo autoptico di un centro di assistenza. Assistenza, la leva d’Archimede che se ben utilizzata potrebbe sollevare il mondo (e l’America da se stessa), è qui il cuore di un’organizzazione incapace di organizzare, pianificare e tradurre in pratica, è un labirintico inseguirsi di pratiche sempre manchevoli di qualcosa di essenziale che dapprima finiscono in nulla e poi tornano, come fantasmi, come acuti sensi di colpa, a tormentare colui o coloro che se ne sono occupati – gli assistenti sociali, tra i quali spicca uno dei protagonisti del romanzo, Sam Miller, impiegato pigro e inconcludente il cui sogno è sfondare come scrittore, divenire un nome letto e celebrato e che proprio tra i derelitti di cui si occupa cerca ispirazione per il proprio lavoro arrivando a dare vita a un assistito di fantasia, il signor Alpha, alle cui necessità naturalmente il governo provvede con ammirevole sollecitudine – a rianimare tutti quelli cui si rivolgono, questuanti di ogni genere e sorta – e tra loro l’altro personaggio principale della storia, Minnie Devlin, donna abusata, maltrattata, umiliata, ma anche donna manipolatrice e dura, temprata dalla vita, aggrappata ai denari dell’assistenza per sé e per i figli, chissà quanti a avuti da chissà chi, di cui non si occupa – che la parte sana del Paese, da tutti invocata e tuttavia da nessuno scorta, e di cui l’assistenza dovrebbe essere una delle punte di diamante, è chiamata a trasformare in cittadini perbene, operosi e rispettosi delle leggi.   

La prosa di Yurick, che fonde la densità delle descrizioni d’ambiente con la confusa, intricata profondità dei flussi di coscienza per poi emergere d’improvviso nel serrato corpo a corpo di dialoghi violenti e terribili quanto lo sono gli episodi di guerriglia urbana e le sopraffazioni travestite da battaglie in difesa delle etnie che sfregiano le strade cittadine e le case private, restituisce il caos di un tempo che appare fermo, congelato. L’America orfana di Kennedy è un Paese disperso, in frantumi, che nessuno sembra avere la forza di ricomporre; è un martire sacrificatosi in nome di chissà quale ideale (nessuno sembra ricordarlo più, forse perché non c’è mai stato ideale alcuno) su cui già banchettano gli avvoltoi, un inferno in terra nel quale non a caso un imprenditore senza scrupoli porta il luciferino nome di Faust ed è un ebreo che ha conosciuto la ferocia nazista alla quale è sopravvissuto solo per interiorizzare la sola lezione che la vita sembra dispensare con generosità: gioca sempre per vincere, e tutte le volte che puoi stravinci. Nessun banchetto, tuttavia, dura per sempre. Per nessuno.   

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Il centro di assistenza è situato in un’armeria insieme con un distretto di polizia.

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