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Uguaglianza, fraternità, sterminio


Recensione di “Il dolore” di Marguerite Duras

Recensione- Marguerite Duras - Il dolore

Marguerite Duras, Il dolore, Feltrinelli

Prendere una posizione. Rivendicarla. Difenderla. Sempre. A qualunque costo. Scegliere. E rimanere fedeli alla scelta fatta. Sempre. Qualsiasi sia il prezzo da pagare. Il dolore, breve e travolgente

raccolta di racconti autobiografici ambientati alla fine del secondo conflitto mondiale nella Francia occupata dai nazisti, non è che questo (o per dir meglio è tutto questo): un manifesto esistenziale e politico che la sua autrice, Marguerite Duras, offre al lettore nella sua scandalosa nudità, in una sincerità urlata dove solo la verità (del cuore, che coincide con quello degli eventi, della storia) può rivendicare diritto di cittadinanza e di parola. La Duras, donna, moglie, combattente tra le file della Resistenza, collaboratrice di una pubblicazione che si occupava di cercare e fornire (ai parenti) notizie sulle persone deportate nei campi di sterminio tedeschi, narra dei suoi giorni atroci in questo tempo di morte; circondata da sofferenze di ogni genere (eppure non tutte identiche, non tutte degne della stessa pietà), l’autrice si annulla nell’impressionante potenza espressiva della sua prosa per far sorgere, al suo posto, l’intollerabile orrore del tempo sospeso sul capo di una moglie (lei, tra infinite altre) in attesa del ritorno (possibile? impossibile?) del marito fatto prigioniero e mandato in Germania a morire: “Lascio il Centro verso le cinque, prendo il lungosenna. Il tempo è bellissimo, una bellissima giornata di sole. Ho fretta di rientrare, di chiudermi con il mio telefono, di ritrovare la fossa buia. Quando lascio il lungosenna e svolto in rue du Bac. La città torna lontana, il Centro d’Orsay sparisce. Possibile che lui torni, nonostante tutto. Non so più niente, sono troppo stanca, troppo sporca. Passo al centro parte delle mie notti, anche. A casa bisogna che mi decida a fare il bagno, saranno otto giorni che non mi lavo. È primavera e io ho così freddo, all’idea di lavarmi rabbrividisco, è come avere una febbre ostinata che non mi lascerà più. Stasera penso a me. Mai incontrata una donna tanto vile. Passo in rassegna le donne che aspettano come me, no, nessuna che sia vile altrettanto”.   

Annientata o quasi dalla sua ossessione di sapere, incapace di sopportare per un minuto di più il silenzio, l’assenza di informazioni, questa donna non viene però mai meno al proprio compito; è in guerra malgrado tutto, è in guerra nonostante se stessa, nonostante il marito molto probabilmente ucciso, è in guerra per il trionfo un’idea, per il sorgere di un Paese che ancora è ben lontano dall’esserci e che forse non ci sarà mai: “De Gaulle […] il tre aprile ha detto una frase criminale: ‘I giorni del pianto sono finiti, i giorni della gloria sono tornati’. Non gliela perdoneremo mai. Ha detto anche: ‘Fra i punti della Terra che il destino ha scelto per emettere i suoi verdetti, Parigi ha sempre avuto valore di simbolo… Lo aveva quando la resa di Parigi, nel gennaio 1871, consacrò il trionfo della Germania prussiana… Lo aveva nei memorabili giorni del 1914… Lo aveva ancora una volta nel 1940’. Della Comune non parla […]. Per De Gaulle la Comune consacra la viziosa inclinazione del popolo a credere alla propria esistenza, alla propria forza […]. Lo vorrebbe debole e fedele, lo vorrebbe gollista come la borghesia, lo vorrebbe borghese […]. De Gaulle ha decretato il lutto nazionale per la morte di Roosevelt. Niente lutto nazionale per i deportati morti. L’America bisogna tenersela buona. Il lutto del popolo non si porta”. E persino quando ciò che si pensava di non riuscire più ad affrontare viene addirittura superato, quando al di là di ogni speranza colui che si credeva ormai perduto torna dall’inferno, dall’atrocità dei campi di sterminio, il pensiero non riesce a disincagliarsi da se stesso, dal suo bisogno di comprendere, di trovare ragioni; perché il pensiero non può in nessun caso venir meno a quella è che è la sua prima ragion d’essere, riflettere sul concetto di responsabilità, sulla sua universalità: “Tanti, i morti sono veramente tanti […]. C’è sbalordimento. Come si potrà essere ancora Tedeschi? Si cercano equivalenti altrove, in altre epoche, niente. Una delle più grandi nazioni civili del mondo, capitale della musica di tutti i tempi, ha assassinato undici milioni di esseri umani in modo metodico, perfetto: un’industria di stato […]. Se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo, l’uomo di Belsen sarà ridotto a vittima di un conflitto locale. Una sola risposta per un tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di uguaglianza, di fraternità. Per sopportarlo, per tollerarne l’idea, per condividere il crimine”.   

Terribile e splendido, Il dolore è una lettura necessaria, una radicale esplorazione della coscienza del singolo e dell’umanità, un atto di coraggio così estremo da lasciare senza fiato e la cui eco rintocca nei cuori con la dirompente forza di una confessione.

Eccovi l’incipit. La traduzione, per Feltrinelli è di Giovanni Mariotti e Laura Guarino. Buona lettura e auguri di buon anno.

Il telefono, di fronte al camino, a portata di mano. A destra, la porta del salotto, il corridoio.

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