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A proposito di qualcosa che ho scritto


Recensione di “L’occaso” di Paolo Vitaliano Pizzato

recensione - paolo vitaliano pizzato - l'occaso

Paolo Vitaliano Pizzato, L’occaso, Prospero

Chiariamolo subito: l’occaso è il tramonto; meglio, quel momento indefinito in cui il sole è già calato dietro l’orizzonte mentre

la sera comincia a sostituire l’ultima luce. Un momento di transito, insomma; di assenza e di presenza. Ha origine anche da qui, per associazione simbolica, il rimando alla fine di un ciclo, per esempio quello della vita umana. In effetti in queste pagine si assiste a un declino: a tramontare, a sprofondare nella tenebra per lasciare spazio al suo regno, è un uomo in bilico, la cui coscienza è tormentata da istinti suicidi. Conosciamo poco di questo personaggio: ci viene detto che sua madre è in fin di vita e necessita di cure, ma che l’uomo, in preda a una sensazione di nausea incontenibile, le volta le spalle per vagabondare in una Milano notturna. In realtà un senso di colpa più grande sembra gravare su di lui: alcune ombre del passato lo perseguitano, bussano alla sua porta per chiedere pegno. Oppresso da questo rovello, l’uomo accarezza l’idea di sprofondarci dentro, per lasciarsi vincere; ma non ha la forza, né il coraggio, di farlo da solo. Ecco allora comparire dal nulla il demonio, il diavolo in carne e ossa, che gli offre i suoi servigi e si dice disposto ad assecondare il suo desiderio di annientamento, a un patto preciso: deve trovare entro mattina una persona meritevole a cui regalare il proprio tempo. La trama del romanzo può tutto sommato esaurirsi qui: uomo e diavolo (più diavolo che uomo, a dire la verità) si incalzano e si stuzzicano per una manciata di ore passando in rassegna volti, luoghi ed esperienze passate, mentre Milano rumoreggia loro addosso. Soltanto si capisce presto che questo dialogare non è limitato a loro due: piuttosto, vuole aprirsi al lettore, che finisce catturato dal vortice delle riflessioni e delle visioni di queste menti sconvolte eppure lucide. Ci pare questa una qualità interessante della scrittura di Pizzato: le suggestioni continue di cui è intessuto questo romanzo breve prendono forza con l’avanzare delle pagine, e finiscono per coinvolgere davvero chi lo sta leggendo. Il lettore, cioè, capisce che dovrà porsi a sua volta quelle domande morali che qui vengono sollevate con insistenza. Non tanto per darsi una risposta; quanto, piuttosto, per fare piazza pulita delle proprie illusioni, delle proprie convinzioni fasulle: in altre parole, per mettersi sotto accusa, così come fa il protagonista stesso. Perché a muovere le fila del discorso, a piegarlo alla sua volontà, al suo esito già stabilito in partenza, è Satana, che, per sua natura, tutto vuole tranne che fornire risposte rassicuranti. L’occaso non concede molti margini al respiro, né contiene grandi sprazzi di luce, se non appunto quelli fiochi del tramonto: gli uomini sono sì tutti affratellati, ma dalle loro meschinità, dalle invidie; dall’egoismo vigliacco. Per rendere questo concetto, Pizzato si serve di un ritmo narrativo rapido, sferzante. La struttura del romanzo non prevede capitoli, né paragrafi, né pause interne: è un getto continuo di fiele, di conati. Così la lettura può scorrere veloce, presa in un turbinio sferzante e compatto di miserie e di accuse al genere umano.   

Parte del merito in questo senso è dovuta anche al personaggio del demonio imbonitore, alla sua lingua biforcuta: pare quasi di sentirlo parlare, questo aguzzino dal sorriso beffardo. Si diceva che Satana fosse il grande Mangiafuoco della storia, il regista esperto della messinscena; e proprio al teatro o al cinema si può fare riferimento. Da un certo punto in poi, infatti, il racconto narrativo vero e proprio comincia a lasciare ampio spazio ai dialoghi, che danno l’impressione di avere tra le mani una specie di sceneggiatura; caratteristica, questa, che smorza in parte la durezza delle sentenze sputate. Occorre leggere il libro anche in quest’ottica: c’è molto di teatrale al suo interno, a cominciare proprio dai gesti e dai comportamenti dei personaggi, che in alcune uscite risultano anche troppo cinematografici, troppo stereotipati per apparire spontanei. Per di più, la forma romanzesca viene sospesa quando vuole riflettere su se stessa, ovvero sulla grande tradizione che l’ha consacrata, altro aspetto interessante del romanzo. L’occaso, infatti, vuole anche essere letto come un omaggio a scrittori e a opere care all’autore: il libro straripa di rimandi a giganti della letteratura. Bisogna ricordare a questo proposito che Pizzato gestisce da diversi anni un sito di consigli letterari (Il consigliere letterario), ma forse la sua passione gli sfugge qui un po’ di mano. Forse questo è uno dei punti più fragili: le citazioni sono eccessive. Come tic ossessivo-compulsivi, portano alla saturazione le poco più di centotrenta pagine, appesantendole di ridondanza. Le divagazioni sulle opere extratestuali vogliono sì rafforzare la visione nefasta che alimenta le pagine e la penna dell’autore; il problema però è che rischiano di atrofizzare, in alcuni passaggi quasi fino allo spasmo, un flusso narrativo altrove ben sostenuto. Ci si aggiunga poi che alcuni apprezzamenti suonano strani in bocca al demonio, così incurante del mondo degli uomini e delle sue sovrastrutture traballanti. Perciò, l’effetto che se ne ricava è duplice: Pizzato vuole condannare senza appello l’umanità tutta o esaltarne le sfumature e la ricchezza di lingua e cultura? Probabilmente entrambe le cose. A libro riposto, l’ambiguità rimane. Bisogna ammettere però che questo paradosso caratterizza l’opera in maniera insolita, esaltandola in vitalità.   

Che altro manca poi a queste pagine? Pare assurdo dirlo, ma forse peccano di crudeltà. Qua e là tra le righe si avverte un velo di retorica, di autocompiacimento linguistico, che impedisce alle parole di sferzare per davvero il colpo letale, come si prefiggono. In alcuni passaggi si nota, cioè, uno scarto tra intenzione e scrittura: Pizzato è in essenza un autore raffinato, un amante scrupoloso dello stile cristallino, pulito, a cui risulta difficile spingere troppo in là l’asticella della cattiveria. Rimanga comunque chiaro che l’impatto del libro è forte. Una volta terminatolo, la sensazione è che ti si imprima addosso, anche in un modo fastidioso; che ti rimanga dentro con un senso di stizza mescolato al piacere; che è poi il primo intento di questo j’accuse buio come la notte in cui è incastonato. Perciò, per chi vuole essere scosso, per chi vuole scacciare via il torpore, ecco un buon libro che fa al caso vostro. Per tutti gli altri, il consiglio è di aspettare il sorgere dell’alba da altre vette. Su queste il tramonto potrebbe essere eterno.

[Un monito, questo sì infernale, all’editore. Più attenzione ai refusi: ce ne sono davvero troppi].

(Giacomo Polga)

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