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Cinquantasette notti


Recensione di “Splendore e viltà” di Erik Larson

recensione - splendore e viltà - erik larson

Erik Larson, Splendore e viltà, Neri Pozza

“Fu solo quando mi trasferii a Manhattan, alcuni anni fa, che compresi con improvvisa chiarezza fino a che punto l’esperienza dell’11 settembre 2001

fosse stata diversa per i newyorchesi rispetto a chi aveva seguito la tragedia a distanza. A subire l’attacco era stata la loro città natale. Iniziai quasi subito a pensare a Londra e all’attacco aereo sferrato dai tedeschi tra il 1940 e il 1941, e mi chiesi come la popolazione fosse riuscita a sopravvivere: cinquantasette notti consecutive di bombardamenti, seguiti nei mesi successivi da una serie sempre più intensa di raid notturni. In particolare pensai a Winston Churchill: come aveva vissuto una simile esperienza? E la sua famiglia, i suoi amici? Che cosa aveva provato il primo ministro nel vedere la propria città bombardata per tante notti di fila, sapendo perfettamente che, per quanto terrificanti, le incursioni notturne erano forse soltanto un preambolo a scenari ben peggiori, ovvero un’invasione tedesca via terra e via mare, con paracadutisti che atterravano nel suo giardino, panzer che attraversavano sferragliando Trafalgar Square e gas tossici che fluttuavano sopra la spiaggia dove un tempo lui dipingeva il mare? Decisi di scoprirlo presto e […] mi concentrai sull’anno in cui Churchill era stato nominato primo ministro, dal 10 maggio 1940 al 10 maggio 1941. Il periodo aveva coinciso con la campagna aerea tedesca, che, iniziata con attacchi sporadici e apparentemente causali, si trasformò in un assalto in piena regola contro la città di Londra […]. Quello che segue non vuole proporsi come il racconto più autorevole della vita di Churchill […]. Il mio è un racconto più intimo, incentrato sulla vita di Churchill e della sua cerchia ristretta: i momenti bui e quelli luminosi, i coinvolgimenti e le delusioni sentimentali, il dolore e le risate, e i piccoli ma curiosi episodi che rivelano come fosse realmente la vita durante le tempeste d’acciaio di Hitler. Questo fu anche l’anno in cui Churchill diventò Churchill – il bulldog con il sigaro in bocca che tutti noi crediamo di conoscere – e in cui tenne i suoi discorsi più memorabili, dimostrando al mondo intero che cosa fossero il coraggio e la leadership. Anche se a volte potrà sembrare il contrario, questo libro non è un’opera di fiction. Tutte le citazioni provengono da fonti storiche: diari, lettere, memorie e altri manoscritti. Ogni riferimento a gesti, sguardi, sorrisi e altre espressioni facciali si basa sul racconto di testimoni reali. Se qualche passaggio dovesse smentire ciò che credevate di sapere su Churchill e la sua era, posso solo dirvi che la storia è un piccolo universo pieno di sorprese”. Queste le parole con le quali Erik Larson introduce il suo bellissimo Splendore e viltà (in Italia pubblicato da Neri Pozza nella traduzione di Raffaella Vitangeli), molto più che la semplice (e dettagliatissima) ricostruzione di una delle pagine più buie (e studiate, esplorate, narrate) della storia del Novecento; Larson, la cui spiccata originalità d’autore riposa, come egli stesso ricorda in questa introduzione, in una scrittura intatta per fascino romanzesco ma del tutto priva di elementi riconducibili all’invenzione personale (in questo blog trovate recensioni al altri suoi lavori di assoluto rilievo costruiti nello stesso modo: Il giardino delle bestie, Guglielmo Marconi e l’omicidio di Cora Crippen, Scia di morte), conduce il lettore nelle stanze private di un conflitto che ha sconvolto il mondo; dalle austere sale della Camera dei Comuni, dove il deputato Leopold Amery apostrofò duramente Neville Chamberlain riprendendo parole che furono di Oliver Cromwell – “Per quanto bene possiate aver fatto, siete rimasto seduto qui troppo a lungo! Andatevene, vi dico, liberateci della vostra presenza! In nome di Dio, andatevene!” – e causando il terremoto politico che condusse Churchill alla carica di primo ministro, ai gabinetti di lavoro, dove il frenetico susseguirsi degli eventi (la fulminea avanzata europea dell’esercito tedesco, l’improvvisa capitolazione della Francia, l’isolamento in cui, quasi da un giorno con l’altro, piombò l’Inghilterra, unica avversaria dello strapotere nazista, l’ambivalenza degli Stati Uniti, attraversati da forti spinte isolazioniste e da sincere preoccupazioni per le difficoltà nelle quali si dibatteva l’alleato d’oltreoceano) contribuiva all’allacciarsi di alleanze d’interesse, al consolidarsi di rapporti d’amicizia ma anche al deciso emergere di rivalità e antipatie.

Ed è esattamente a questo punto (dopo poche decine di pagine delle oltre 700 di cui il romanzo si compone) che il lavoro di Larson spicca il volo, perché quanto di personale egli ha fatto emergere al principio della storia è come se si spogliasse di ogni zavorra pubblica per presentarsi nella sua piena e assoluta nudità; quel che emerge, allora, sono le autentiche figure degli uomini, e dunque la loro imperfetta complessità. Gli scatti d’ira e i frequenti momenti di commozione di Churchill, la stima incondizionata che egli nutriva per alcuni dei suoi eroici compagni di viaggio (su tutti lord Beaverbrook, nominato ministro della produzione aeronautica; fu grazie alla sua totale assenza di scrupoli e alla straordinaria capacità organizzativa che l’Inghilterra ebbe sempre, anche nei momenti più difficili, un numero di velivoli sufficienti per affrontare la Luftwaffe), i rapporti non sempre facili né sereni con i figli Randolph e Mary, ma anche, dalla parte opposta, i pensieri e le riflessioni che Joseph Goebbels, ministro per la propaganda del Reich, affidava ai suoi diari, la convinzione di Rudolf Hess di poter negoziare la pace con i britannici grazie a colloqui diretti con il duca di Hamilton che lo condusse alla cattura da parte degli inglesi (dopo un volo compiuto in totale segretezza). Sullo sfondo e nello stesso tempo in primo piano, gli orrori della guerra; i bombardamenti a tappeto dell’aviazione tedesca, le risposte di quella inglese, la partita a scacchi tra capi di governo giocata a suon di discorsi, proclami, minacce e promesse, le strategie messe a punto per ottenere vantaggi forse decisivi in una o più aree del conflitto; e sempre, sempre, al termine di ogni giornata, dalla più cupa alla più promettente, l’uomo di fronte a se stesso, a misurarsi con la prova più difficile: essere all’altezza della propria vita. Della pubblica e più ancora della privata

Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Le auto sfrecciavano lungo il Mall, l’ampio viale che si estende tra Whitehall, sede dei ministeri britannici, e Buckingam Palace, la residenza da 775 stanze del re Giorgio VI e della regina Elisabetta, la cui facciata in pietra, avvolta nella penombra, è visibile in fondo alla strada.

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