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Sulle strade


Recensione di “Il mare a sinistra (e una moto Laverda in testa)” di Arianna Franzan

recensione - arianna franzan - il mare a sinistra (e una moto laverda in testa)

Arianna Franzan, Il mare a sinistra (e una moto Laverda in testa), Priamo/Meligrana

Il ricordo collettivo di una stagione indimenticabile e con esso la memoria privata di un

viaggio nuovo e straordinario, d’avventura e di scoperta; l’intrecciarsi una storia collettiva che ha il sapore esaltante dell’epopea e di una vicenda familiare che sembra non aver nulla di straordinario e che pure, per il modo in cui nasce, per ciò che giorno dopo giorno si scopre capace di donare, si colora di meraviglia e diventa un tesoro da custodire con ogni cura, un’eredità da trasmettere. Si muove lungo questi due piani, che poco alla volta vanno fondendosi, Il mare a sinistra (e una moto Laverda in testa), secondo romanzo di Arianna Franzan, di nuovo capace, come già aveva fatto con il suo lavoro d’esordio, Andrà tutto abbastanza bene (recensito in questo blog), di avvincere il lettore con la grazia leggera di una prosa colma d’ironia, i cui personaggi, disegnati con cura e attenzione nella loro individualità, hanno in qualche misura caratteri, peculiarità, piccole eccentricità che ce li rendono prossimi, noti, che sentiamo amici, e alle cui vicende naturalmente partecipiamo. Nel tornare ad anni in cui tutto sembrava possibile, quando ogni idea, per il fatto stesso di accendersi nella mente e nel cuore di qualcuno, era già in via di realizzazione, e il confine che divideva i sogni dalla realtà era come se si assottigliasse sempre più, l’autrice ci restituisce la fotografia nitida e rigenerante di un’Italia forse minore, periferica, ma senza alcun dubbio autentica, viva, felice malgrado tutto: “Nascere in un paesino di campagna, in una famiglia che produce macchine agricole, non sembra dare spazio a grandi sogni. Anzi, il sogno era proprio quello: costruire macchine agricole. Ma c’era questo ragazzo in famiglia, un certo Francesco; si era laureato in fisica e per quei tempi, in quella parte a nord dell’Italia, in un paese di campi e contadini […] era come prendere il premio Nobel. Ecco, quell’uomo era diventato il direttore tecnico della Laverda Macchine Agricole. Ce lo possiamo immaginare mentre segue la costruzione di queste imponenti mietitrebbie, con cui andare a lavorare i campi. Possenti macchine, niente da dire, ma lente! […]. Poi arrivò la guerra, e con lei il bisogno di dotare gli uomini di veicoli agili per il trasporto personale. ‘Eccomi’ deve aver detto il nostro grande uomo […]. E intanto si faceva i suoi sacrosanti film domenicali in testa. Erano delle visioni, e tra esse quella di un veicolo non più a quattro ruote, ma a due […]. Furono anni memorabili… memorabili! Perché la cosa bella era che così riusciva a nutrire un sacco di persone con il suo sogno […]. E nacque la S.A.S dottor Laverda Francesco e fratelli. Era il 1949. Due anni dopo la moto Laverda partecipò alla sua prima gara su strada: la Milano-Taranto, si chiamava così, dalla Lombardia alla puglia tutta una tirata“.

Di questo sogno condiviso, partecipato, consumato fino in fondo, Arianna Franzan narra fasti e disillusioni, vittore e sconfitte, e lo fa aprendo la naturale eleganza della sua scrittura al gioioso entusiasmo degli uomini e delle donne che disegna; così, in sella a bolidi che hanno contribuito a fare la storia del motociclismo agonistico, ecco alternarsi la coraggiosa spavalderia di Stefano, che, aggredito bambino dalla poliomielite e inchiodato alla sentenza dei medici che lo avevano curato, secondo i quali sarebbe rimasto su una sedia a rotelle per il resto dei suoi anni, aveva replicato all’una e agli altri pensando: “‘Se devo avere delle ruote sotto al culo, almeno devono farmi correre veloce!’ E […] si era inventato una cosa da pazzi: si stendeva a pancia in giù sulla sella, con le gambe indietro e le braccia a guidare sul manubrio, proprio come uno che sta volando a mezzo metro da terra”; la passione bruciante di quattro amici inseparabili, Modesto detto Mode, Piergiorgio detto Dodo, Giambattista detto Giamba e Gianni… detto Gianni, che pur di avere una moto da guidare arrivano a fabbricarsele da sé, mettendo assieme un po’ di mestiere, tanta inventiva e la voglia di non fermarsi mai, dinanzi a nessun ostacolo; e più di tutto le irresistibili bizzarrie del “Baffo”, l’ultimo arrivato nel gruppo dei quattro, il quinto moschettiere, quello che in sella a una moto voleva davvero andare lontano, sbalordire, vincere, collezionare trofei, arrivare alla gloria e tenersela stretta. E naturalmente conquistare la ragazza che sarebbe diventata sua moglie. A dispetto di tutto. Ed è attorno alla figura Baffo che il romanzo di Arianna Franzan si dilata nel tempo e nello spazio; l’autrice infatti lo segue nei suoi folli e spensierati anni di gioventù e nel medesimo tempo, leggermente invecchiato negli anni ma di certo intatto nello spirito, nelle vesti di marito e padre (nonché orgoglioso proprietario di un camper fatto apposta per non passare inosservato) impegnato a regalare alle persone che più ama al mondo una vacanza che nessuno potrà più scordare; un viaggio, a bordo del camper sistemato di tutto punto per l’occasione, da un paesino del nordest fino agli splendori naturali e culturali della Sicilia; qualcosa cui nessuno è pronto ma che il Baffo presenta alla famiglia con tale disarmante ingenuità da rendere impossibile qualunque obiezione: “Si va verso sud, ragazzi. Si parte e si guarda il mare. Finché resta a sinistra siamo sulla strada giusta”.

Il mare a sinistra (e una moto Laverda in testa) non è soltanto una lettura piacevole; è un lavoro maturo, pieno, leale e grato nei confronti del tempo che richiama; la nostalgia che vi si respira commuove per sincerità, per autenticità. La scrittrice, la donna, la figlia Arianna Franzan emergono lungo queste pagine come figure perfettamente sovrapponibili, parti armoniose di un tutto la cui voce è sempre in ammirevole equilibrio

Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Tutto cambia da un momento all’altro. Lo stiamo aspettando per pranzare insieme, ma lui è in ritardo. Sono le 13, o giù di lì.

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