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Recensione di “Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski

recensione - casa di foglie - mark z. danielewski

Mark Z. Danielewski, Casa di foglie, 66thand2nd

Una casa infestata. Una casa maledetta. Una casa impossibile. Un enigma inestricabile. Un

mistero insolubile e terrificante. Un labirinto dal quale non è concesso uscire. Un incubo che non consente risvegli. E ancora una dimora che richiama immediatamente gli innominabili orrori sotterranei di Lovecraft, un racconto al tempo stesso reale e immaginifico che sposa l’enciclopedismo fantastico di Borges con la riscrittura pynchoniana del passato, della storia accaduta ma dimenticata, superata e inghiottita da altri eventi, quelli di cui tutti abbiamo sentito parlare e crediamo di conoscere, il tutto retto da un’architettura narrativa che richiama l’irresistibile fascino delle geometrie incongrue, assurde di Escher e che nei differenti registri di due voci del tutto diverse l’una dall’altra (saldate assieme, anche se più spesso divise, da un mastodontico apparato critico di note e rimandi all’interno delle quali è arduo distinguere tra verità e finzione) restituisce, consapevolmente distorta, l’esperienza fisica dell’eco, il replicarsi di ipotesi, teorie, analisi, brandelli di spiegazione tesi a chiarire uno stesso fenomeno eppure sempre più divergenti, distanti, opposti, uniti solo dal comune destino di un fallimento annunciato. Qualsiasi cosa sia la casa, non è conoscibile. Se così stanno le cose, il solo specchio nel quale questa inesplicabile follia ha speranza di riflettersi è un romanzo non-romanzo, una storia che non ha centro né confine dove ogni procedere è anche un arretrare e una conclusione null’altro che un rinnovato punto di partenza. Il letterario edificio di Casa di foglie, sorprendente e felicissimo esordio letterario di Mark Z. Danielewski (in Italia pubblicato dall’editore 66thand2nd nella traduzione di Sara Reggiano e Leonardo Taiuti) è l’indecifrabile lingua parlata da una casa, una casa a un primo sguardo uguale a qualsiasi altra, un luogo tranquillo e rilassante nel bucolico scenario della Virginia, appositamente scelto dal fotografo premio Pulitzer Will Navidson e dalla moglie, una ex fotomodella, per rinsaldare il loro legame coniugale e crescere nel miglior modo possibile i due figli piccoli, ma che nasconde tra le sue mura la perversione di tutto ciò che siamo abituati a considerare normale, razionale, in accordo con i sensi e l’intelletto. Ma cosa succede esattamente nella casa di Ash Tree Lane? Quel che si verifica, ci dice perfidamente Danielewski nelle oltre 700 pagine del suo lavoro, non lo sappiamo; tutto ciò che possiamo fare è elaborare congetture, partendo però da dati di fatto che non hanno alcun senso. Ecco il primo: da parete a parete la casa misura, all’interno, 7 millimetri in più di quanto misuri all’estreno. Come può essere? Nessuno riesce a capirlo, né, va da sé, a darne spiegazione, ma questa violazione delle leggi della fisica, paradossalmente, è ciò che serve per rendere, se non possibile, quantomeno congruente con le premesse tutto quel che accade da lì in poi; l’apparire, nella planimetria dell’edificio, di nuovi spazi immensi, completamente bui e freddi che sembrano modificarsi in continuazione, non seguono alcun disegno (o se lo seguono, non è dato sapere quale sia), invitano all’esplorazione ma la rendono di fatto impossibile o quasi proprio a causa del loro continuo mutare, dell’oscurità assoluta in cui sono immersi e soprattutto della minaccia (non identificabile ma ben presente a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di affacciarsi sull’abisso della “casa nella casa”: Navidson, il fratello Tom, alcuni amici, che hanno organizzato a più riprese sortite in questi meandri senza ottenere risultati di rilievo e incontrando ciascuno, seppur in modi diversi, la propria autodistruzione) che incessante respira in quel pozzo d’ignoto.

Protagonista assoluta della vicenda, la casa è allo stesso tempo prossima e lontanissima; è ovunque nelle pagine di Danielewski, incombe, non offre tregua, e nonostante ciò non si riesce mai a metterla a fuoco; resta nascosta, impenetrabile, è oggetto di ogni tipo di studio – perché Navidson sulla casa gira un film documentario che a sua volta viene visto e studiato da ogni sorta di esperti: filosofi, architetti, registi cinematografici, ingegneri, linguisti, fisici… – ma non la si inquadra mai davvero; per tutti resta la casa, la casa maledetta di Ash Tree Lane, un orrore che non ha nome perché non esiste una lingua capace di dire ciò che essa è. Non è dunque un caso che l’onere ultimo di avvicinare “la casa che non può essere detta” spetti a un libro, o meglio alla disordinata messe di appunti raccolti da un vecchio di nome Zampanò, di cui nulla si sa se non che si è interessato (come molti altri del resto) al documentario di Navidson sulla casa fino a farne un’ossessione, e all’opera di riordino di questo materiale toccata al co-protagonista di Casa di foglie, Johnny Truant, un uomo senza arte né parte, una comparsa dedita quasi esclusivamente al consumo di droghe e sesso occasionale che senza neppure accorgersene, nel momento in cui si lascia attrarre da quanto fatto da Zampanò nel corso di un’intera vita, scivola in un delirante naufragio che non prevede salvezza. E la scrittura, cui la casa stessa pare volersi affidare affinché di lei si possa svelare quel che è concesso, si appresta a raccontare nel solo modo possibile, facendosi casa, dilatandosi e restringendosi nella spazio finito ma non congelato della pagina, ospitando periodi che vanno letti allo specchio, note lunghissime che non sono altro che elenchi di nomi o di edifici (una storia dell’architettura condensata), frasi che occupano solo il margine superiore o inferiore di un foglio, periodi composti di una sola riga che si inseguono per decine di pagine, caratteri che vanno ingrandendosi nello stesso momento in cui la stanza oscura in cui si trovano Navidson e i suoi compagni si espande e rimpicciolendosi quando la casa si richiude sui suoi occupanti abusivi nel tentativo di intrappolarli, o peggio schiacciarli. E gli occhi, costretti a nuotare in un oceano multiforme di parole e concetti, di note che rimandano ad altre note, ipotesi che richiamano altre ipotesi, ricordi che si aprono su altre memorie che nulla hanno a che fare con la casa ma che per qualche tortuosa via sempre a lei tornano, portando con sé nuovi detriti, nuova materia d’indagine, nuove possibilità di studio, leggendo, rileggendo, valutando, interpretando, si ancorano sempre più al buio denso della casa finendo per accettare l’estremo paradosso che elegge le tenebre più fitte unica condizione di possibilità della luce del pensiero, dell’immaginazione, persino della vita.

Casa di foglie è un lavoro di non comune bellezza e originalità, un’opera che non è esagerato definire di genio, impressionante per intelligenza creativa e dallo stile vivacissimo, trascinante, di grande raffinatezza. Non certo semplice da affrontare, non è però mai sterile; l’autore non spreca tempo a compiacersi delle sue indiscutibili qualità e pur guidando il gioco non abbandona mai i giocatori. Parte dello spettacolo che rappresenta, egli entra nella casa assieme ai suoi personaggi. E noi con lui. In un viaggio senza fine alla scoperta dell’inconoscibile.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Ho ancora gli incubi. A dirla tutta ne ho così spesso che ormai dovrei essermi abituato. Ma non è così. Agli incubi non ci si abitua mai.

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