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Una distruttiva volontà di bellezza


Recensione di “Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente” di Louis-Ferdinand Céline

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Louis-Ferdinand Céline, Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente, Archinto

“Quando nel 1937, Céline si appresta a scrivere Bagatelles pour un massacre [recensito in questo blog],

il suo curriculum di scrittore già annovera due romanzi capitali, Viaggio al termine della notte e Morte a credito [recensiti anch’essi], ma continua a esercitare la professione medica nel dispensario di Clichy, alla periferia di Parigi. Per depistare i lettori va raccontando ai giornalisti di essersi messo a scrivere per motivi ‘alimentari’, troppo ingrato il salario di medico della mutua per potersi permettere un appartamento confortevole. Dà sostanza a questa fama di scrittore fuori categoria, che non ha fatto il liceo, una prosa indecente e straordinaria, capace di dare voce alle lingue di strada e alle opinioni di chi non ha pratica coi congiuntivi. E più volentieri sospetta che l’impostura stia lì, nelle frasi ben tornite, nelle parole gratificanti e mirabilmente disposte, alla fregatura dei fregati di sempre: i poveracci […]. Il Voyage e Mort à crédit sono opere al nero, che non disperano perché non cercano salvezza, misurando quanto sia radicato il male nella natura degli uomini […]. Con un’operazione di grande portata artistica, Céline ha ridato espressione letteraria alla parola parlata, rivoluzionando la sintassi fino a far saltare le strutture del senso, quelle più intime, consolidate nelle forme linguistiche, nella logica costruttiva del discorso […]. Riconoscere la grandezza del genio aiuta a misurare l’entità dell’errore. Accanto ai titoli di gloria ci sono infatti quelli della maledizione: Bagatelles pour un massacre, Les Beaux Draps, L’Ecole des cadavres, i pamphlets antisemiti di Céline. A scriverli è il dottor Destouches, che senza togliersi il camice del medico, si avvale dello scandaloso prestigio dello scrittore Céline per mettere in opera la sua dottrina di igiene sociale, frutto velenoso di studi precari e ossessioni insanabili […]. Lo scientismo, con il suo corredo di certezze dogmatiche, che ancora anima la dottrina medica di inizio secolo, subisce in Céline una torsione simbolica dove l’esistenza diviene il campo di battaglia tra la Vita e la Morte. Esistere è già da subito misurarsi col principio degenerativo che abita la forma vivente […]. La salute si presenta allora come volontà di non cedere alla tensione disgregatrice interna; è una forma di disciplina dell’ordine fisico e morale dell’uomo che consiste nel sapere organizzare l’aspetto materiale dell’esistenza all’interno di una funzione più alta, spirituale, nel momento in cui diviene il culmine della fisicità […]. In questa ottica, dove lo sguardo dell’esteta non è diverso da quello del medico, il corpo della danzatrice assurge a esempio vivente di una perfezione fisica capace di trascendere la pesantezza materiale dell’esistenza al punto di danzare col suo destino di morte. Poetica e dottrina céliniane si fondono dunque in una visione di grande intensità simbolica pronta a compiersi in materia artistica”. Nella bellissima introduzione a Tre balletti senza musica, senza gente, senza niente di Louis-Ferdinand Céline (in Italia pubblicata da Archinto), Elio Nasuelli, che di questa raffinata pubblicazione ha la cura, lega gli incubi céliniani che tanta parte hanno nella meravigliosa architettura della sua prosa (che è il solo veicolo possibile di un contenuto talmente bruciante nella sua immediata verità da non permettere nessuna posizione che sia mediata o attendista; alle tesi di Céline o si aderisce incondizionatamente o ci si allontana in preda al più profondo disgusto; ma al di là delle personali prese di posizione di ognuno non si può negare che il grande francese abbia compreso l’uomo, il che significa l’umanità, più di chiunque altro, accettando di descriverlo nella sua integrale nudità, che nella stragrande maggioranza dei casi è ignobile e indegna di comprensione e pietà; quanto alla salvezza non è neppure il caso di parlarne) e che lo hanno condotto tanto alle più vertiginose altezze quanto ai più oscuri abissi, alla sua passione per la grazia del corpo che si fa perfezione nel ballo.

Se nell’armonia di chi si muove su un palcoscenico sapendo esattamente in ogni momento ciò che fa (dunque evitando alle membra la volgarità di gesti del tutto privi di educazione, addestramento, pazienza, memoria, sacrificio) è possibile recuperare una sorta di originaria innocenza, se ciò che ha il potere di conquistare lo sguardo, il cuore e l’anima è anche in grado, seppur solo su un piano simbolico, ideale, di ripristinare una giustizia superumana, un equilibrio, una legge, un “nomos” che la natura tutta, e quella umana in particolar modo, ha nel proprio destino di tradire, distruggere, ridurre a caos, allora la scrittura che accompagna la danza può quasi miracolosamente estirpare da sé ogni violenza, liberarsi di quella sorta di sindrome di Cassandra che la costringe a enunciare sempre e comunque il vero, non importa quanto male questa onestà – che nessuno vuole ascoltare e alla quale soprattutto nessuno è davvero preparato – possa causare, per godere, e questa volta senza nascondere inganno alcuno, della propria musicalità, per osservarsi compiaciuta nello specchio di suoni leggeri come pioggia che carezza il suolo, per narrar d’amore, tornato finalmente a essere, invece che stucchevole pretesto letterario, la sola cosa che valga davvero la fatica dell’espressione. E infatti di amori, ancorché infelici, tragici, perché la realtà, proprio per il fatto di essere quel che è, immancabilmente finisce per spezzare ogni idillio, raccontano i tre balletti di questa raccolta, La nascita di una fata, Paul canaglia, viva Virginie e Van Bagaden.

Scrive ancora Nasuelli: “Una scrittura che si rappresenti come danza implica che la danza sia letta come un testo […]; è facile dunque considerare il balletto come danza che si rappresenta in forma di testo, metafora che inscena una narrazione teatrale, dove invece la danza è essenza, espressione in sé compiuta che vive nell’attimo stesso del suo rappresentarsi“.

Eccovi, invece che l’inizio del primo balletto, un’ulteriore considerazione di Nasuelli sull’antisemitismo di Céline, che restituisce allo scrittore quel che è giusto abbia come uomo. 

Prima dell’ideologia viene comunque il giuramento di Ippocrate, se è vero che i malati del suo ambulatorio, e tra questi alcuni uomini della Resistenza feriti, hanno trovato la sollecitudine di un medico e non la delazione di un collaborazionista.

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