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L’attardarsi delle parole


Recensione di “La ladra di frutta” di Peter Handke

recensione - peter handke - la ladra di frutta
Peter Handke, La ladre di frutta, Guanda

Se è vero che ogni esperienza può essere narrata, è altrettanto indubbio che non tutto quello che accade si presta facilmente a essere descritto.

Il quotidiano, per esempio, il più delle volte qualificato come banale, aggettivo che tende a sottolineare l’assenza se non di significato di certo d’importanza di quel che capita, o meglio di quel che si ripete giorno dopo giorno con un monotonia quasi insopportabile; un’oziosa chiacchiera su argomenti di nessun conto; un elenco di cose da fare o da acquistare. Non sono poche, insomma, le situazioni che sarebbe a dir poco arduo tradurre in parole, mettere in prosa. Eppure buona parte della storia della letteratura affascina, coinvolge, conquista, o semplicemente suscita discussioni e confronti, proprio per questa sua caratteristica: tessere trame, dar vita a interi mondi partendo da qualcosa che nulla sembra avere a che fare con la narrazione. Da banalità si diceva. E cosa può esserci di più comune, di più ordinario, di più scontato della puntura di un’ape in un caldo giorno di mezza estate? Qualcuno cammina a piedi nudi nell’erba godendosi il caldo ed ecco che un’ape, disturbata, spaventata da quei passi, si difende nell’unico modo che conosce. Un episodio del genere, viene da pensare, può solo nascere e morire nel brevissimo respiro dei termini utili a riassumerlo: “camminavo scalzo nel prato e sono stato punto da un’ape”; ma un’ape, a ben vedere, è un elemento della natura, e l’uomo è colui che quella stessa natura non solo abita (e troppo spesso devasta) ma anche prova a comprendere, con la quale è costretto a lottare, che ha il potere di assoggettare, anche se mai del tutto, in cui è sempre immerso, lo voglia o meno. La natura, detto in altri termini, è il solo luogo in cui egli può esistere, e questo significa essere tutti i luoghi, quelli della realtà al pari di quelli della fantasia. Così, è sufficiente disegnare su un foglio un cielo azzurro sgombro di nubi, un prato in pieno rigoglio, un uomo che lo attraversa scalzo e un’ape che lo punge, perché da qui si dipani un’avventura che non ha nulla da invidiare all’assedio acheo di Troia o al tormentato viaggio di Ulisse verso Itaca. Di quest’avventura racconta Peter Handke, premio Nobel per la Letteratura nel 2019, nel suo La ladra di frutta (in Italia pubblicato da Guanda nella traduzione di Alessandra Iadicicco), voce narrante di un laico pellegrinaggio solitario verso la Piccardia che poco alla volta finisce per ripercorrere un altro vagabondaggio, quello compiuto tempo prima (quanto esattamente non conta, nulla che si possa definire con esattezza sembra avere importanza in questo romanzo di Handke, dove la sola costante è la sospensione di tutte le cose, simile, nella sua indistinzione, allo sguardo investito dalla luce del sole, cui è impossibile la messa a fuoco e dinanzi al quale l’orizzonte sembra sempre sul punto di dissolversi) dalla ladra di frutta, autentica protagonista della storia.

Figura reale e al tempo stesso immaginifica, questa ragazza sembra definirsi per sottrazione, il suo profilo è quello accennato e minimo di un disegno astratto, una linea il corpo, un punto il viso, il sottile correre della matita sulla carta un sorriso; tuttavia la ladra di frutta esiste, esiste quanto basta perché qualcuno, non importa se a distanza di anni, decida di seguirne il cammino; esiste quanto basta perché di lei ci si incuriosisca, perché si cerchi di avvicinarla, per quanto possibile, nel solo modo in cui gli uomini posso approssimarsi alle cose, alle persone, a quel che è attorno a loro e infine a loro stessi, attraverso le parole; esiste quanto basta per avere una madre, che ha perso di vista e ora vuole ritrovare (è forse per questo che ha viaggiato?), ed esiste quanto basta per andare incontro, lungo il cammino, tanto ai frutti che prende senza mai davvero rubarli (ché il furto, il furto dei ladri, è azione che aborre) e alle persone che incontra, lasciando in ciascuno di loro, un’impronta di sé, un’immagine, un ricordo. Peter Handke racconta tutto questo senza offrire mai al lettore punti di riferimento; tra le sue pagine ci si smarrisce, proprio come capita a chi (il narratore prima, la ladra di frutta nel momento in cui entra scena, ma comunque prima del narratore dal momento che è lui a seguire lei e non viceversa, anche se prima e dopo, nel tempo non tempo di questo romanzo, sono parole che perdono di significato) lascia le strade conosciute, i centri abitati, le stazioni per inoltrarsi nella penombra dei boschi o abbandonarsi alla nudità quasi scandalosa dei sentieri di campagna, dove gli spazi aperti, sconfinati, sembrano sul punto di inghiottire ogni cosa. 

Qui, nel silenzio e in un presente che è qualsiasi età e nessuna, è l’origine, è dove tutto può prendere forma e niente avvenire davvero. Qui, dove hanno cittadinanza solo le parole cui è dato il potere quasi divino di attardarsi su qualsiasi particolare, di sfiorare muri con la stessa delicatezza con la quale le dita sfiorano un corpo amato, e cui è concessa la pazienza sovrumana dell’ape che percorre più e più volte ogni centimetro del fiore che presto impollinerà in modo che continui a essere parte di lei e della sua danza di orientamento per gli altri insetti sue sorelle anche dopo che se ne sarà allontanata, una vicenda, due, molte, si intrecciano tra loro, danzano, si sciolgono e muoiono al modo in cui le stagioni muoiono: sorridendo della propria immortalità.

Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Questa storia è cominciata in uno di quei giorni di mezza estate in cui, camminando a piedi nudi nell’erba, per la prima volta nell’anno, si viene punti da un’ape.

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