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Il singolo, la realtà


Recensione di “I demoni” di Heimito von Doderer

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Heimito von Doderer, I demoni, Einaudi

“L’opera di Heimito von Doderer […] segna l’epilogo della grande tradizione narrativa

sviluppatasi all’ombra dell’impero asburgico in dissoluzione, che culmina nei romanzi di Robert Musil, Hermann Broch e Elias Canetti. Ciò che accomuna questi autori è l’alto impegno artistico e ideologico con cui affrontano la dolorosa perdita di un mondo di valori oggettivi, al quale subentra la ricerca affannosa degli individui per interpretare la realtà secondo i propri bisogni. La loro diffidenza nei confronti del soggettivismo ha le sue radici nell’esperienza traumatizzante della fine dell’impero, che soccombe di fronte alla pretesa di affermare l’individualità nazionale a scapito di una legge universale teoricamente valida […] per tutti. Di non minore importanza sarà per Doderer il fatto di aver vissuto in prima persona, rimanendone profondamente segnato, la grande tensione del piccolo borghese mitteleuropeo: il nazionalsocialismo […]. Doderer si inserisce nella grande tradizione antidealistica del pensiero mitteleuropeo, da sempre diffidente nei confronti delle grandi sintesi che sacrificano l’individuale all’universale. La sua felicità, il ritorno a un ordine naturale in cui coincidano la ragione individuale e quella universale, presuppone la rinuncia al soggetto autonomo, sempre esposto al pericolo di perdersi in costruzioni avulse dalla realtà […]. Doderer tenta di indicare nel suo romanzo la via per realizzare una vita più umana, che superi ogni forma di alienazione. Ma questa via non dovrà rivolgersi contro le strutture del reale, bensì unicamente contro i soggetti che ne turbano l’ordine, di per sé provvidenzialmente armonioso”. Con queste parole Anton Reininger introduce i temi centrali del romanzo I demoni (in Italia pubblicato da Einaudi nella traduzione di Clara Bovero), magniloquente affresco di un’epoca smarrita, confusa, incongrua e tuttavia fiera che il suo autore, l’austriaco Heimito von Doderer, sviluppa in una trilogia. Dettagliato quadro di una società in lotta per la propria sopravvivenza, cronaca di un tempo vissuto e nello stesso tempo analizzato (nell’artificio letterario di un resoconto presentato a due decenni di distanza dagli eventi raccontati) con la massima oggettività possibile, ricca galleria di caratteri, ciascuno a suo modo archetipo di valori, credenze, filosofie, ideologie, I demoni utilizza tutto il materiale proprio del romanzo sociale per dare vita a un’opera che mette consapevolmente in secondo piano il tratto essenziale di questo genere di narrazione: il realismo. Scrive ancora a questo proposito Reininger: “In base alla simmetria costruttiva e alle intenzioni teoriche dell’autore, il punto d’arrivo dei Demoni doveva essere la descrizione degli episodi di violenza politica verificatisi a Vienna il 15 luglio 1927. In quel giorno ricco di significati per la storia della prima repubblica alcuni dimostranti avevano incendiato il palazzo di Giustizia, per dimostrare contro l’assoluzione degli appartenenti a un’organizzazione di destra, accusati di aver assassinato un invalido e un bambino durante una manifestazione dello Schutzbund (un’organizzazione paramilitare socialista) a Schattendorf, nel Burgenland. Durante gli scontri tra dimostranti e polizia c’erano stati novanta morti“.

Malgrado una tragedia collettiva della storia e della cronaca politica rappresenti il culmine del romanzo, la realtà, il passato, le cose accadute (e l’inestricabile groviglio di contraddizioni che ne è prima e indispensabile condizione di esistenza) restano in qualche misura fuori fuoco nelle pagine di von Doderer; il loro ruolo è quello di sfondo, la dignità che l’autore concede ai fatti è umbratile, evanescente, il posto che gli assegna è lo stesso che ha un palcoscenico all’ingresso degli attori; permette a questi ultimi di esibirsi, di catturare per intero l’attenzione del pubblico ma non vi è nessuno che colga la sua essenzialità, a partire proprio da coloro che recitano, troppo concentrati a interpretare il ruolo che gli è stato assegnato. Ed è proprio in questo modo che lo scrittore austriaco presenta la gran messe di umanità che affolla le sue pagine, come maschere, ciascuna consegnata a un ben preciso copione. All’individuo, all’uomo, Heimito von Doderer guarda senza dubbio con speranza, finanche con una sorta di curioso affetto, a patto tuttavia che sappia mettere la propria energia morale al servizio del mondo, che ne assecondi l’ordine intrinseco sostanzialmente buono, o se non buono certamente saggio. 

Certo, l’uomo è tutto tranne una creatura obbediente; a tradirlo è la sua stessa natura, la miopia del pensiero, le pulsioni egoistiche, la rincorsa affannosa alla soddisfazione immediata delle proprie voglie, e von Doderer non è così ingenuo da ignorare ciò che ha sotto gli occhi; per questo il suo affresco si muove con superba eleganza dai cupi toni del dramma alle agrodolci atmosfere del grottesco; per questo egli si attarda in minuziose, a tratti estenuanti, analisi psicologiche; per questo ogni suo personaggio, al di là di quel che sta facendo o dicendo nel momento in cui viene rappresentato (e von Doderer sembra sempre disegnare i protagonisti della storia, perché lo sono tutti allo stesso modo, senza che alcuno venga relegato a comprimario, cogliendoli per così dire alle spalle, prendendoli di sorpresa, e accentuandone così la vulnerabilità) è come se fosse disteso sul lettino dello psichiatra, gli occhi chiusi e la coscienza spalancata all’indagine del medico. Ad ammettere se stesso, lo voglia o meno.

Eccovi l’incipit del romanzo, il primo tomo della trilogia. Buona lettura

Da parecchio tempo abito nella vecchia camera di Schlaggenberg.

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