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Recensione di “Ragazzo negro” di Richard Wright

recensione - richard wright - ragazzo negro

Richard Wright, Ragazzo negro, Einaudi

“Richard Wright […] è autore di racconti e romanzi condotti sul tema della discriminazione

razziale e delle violenze esercitate dai bianchi sui neri degli Stati Uniti d’America. La sua stessa vita è segnata da questa terribile piaga che comporta emarginazione e povertà: bambino senza la spensieratezza dell’infanzia, adolescente privo sia della guida educativa di una famiglia e di una scuola regolare sia dell’amicizia […] con i coetanei, giovane senza la tranquillità di un mestiere sicuro tra le mani, Wright si è fatto uomo da solo, tra mille difficoltà, amarezze, momenti di disperazione. Il padre, una figura che compare nel primo capitolo di questo libro come una presenza oppressiva e irritante, autoritaria e ottusa, se ne va dalla famiglia lasciando la moglie e i due bambini piccoli; la madre, rimasta unica fonte di sostentamento per i figli, si ammala gravemente e viene colpita da paralisi quando Richard ha solo dodici anni: la nonna, gli zii e le zie, tutte figure per un verso scostanti o terrorizzanti, non sono in grado di costruire, per le loro stesse condizioni di miseria e arretratezza culturale, un puntello di sostegno alla desolante solitudine affettiva del ragazzo. Costretto a fare i mestieri più umili e frustranti alle dipendenze dei bianchi, che lo ripagano con pochi soldi e molte angherie, Richard trova però nella sua intelligenza, nella sua viva curiosità, nella sua disposizione a porsi i perché delle cose e soprattutto nella sua passione dominante, la lettura, i mezzi per salvarsi dal triste destino comune alla sua gente, dalla trappola mortale dell’abbruttimento materiale e morale, dalle condizioni di un tragico e perenne asservimento cui quelli come lui sono predestinati. Autodidatta, tra una pausa e l’altra di una vita durissima riesce a farsi conoscere come scrittore“. La nota biografica a cura di Ester Negro che apre Ragazzo negro di Richard Wright (in Italia edito da Einaudi nella traduzione di Bruno Fonzi) è di fondamentale importanza per comprendere l’afflato umano e politico di questo autore, che alla forza delle parole ha affidato non solo se stesso e la propria ansia di riscatto ma la denuncia delle terribili ingiustizie patite da una comunità e, al di là di essa, da un popolo. Se è vero che è nelle vite degli scrittori che va cercata la genesi di quasi tutte le loro opere, è altrettanto indubbio che le esperienze personali (specie quelle dolorose, traumatiche) non incidono allo stesso modo nei diversi romanzieri; per alcuni ciò che è accaduto nel passato è qualcosa da cui prendere le distanze e la scrittura lo strumento per rendere effettiva la lontananza desiderata, per disegnare nel modo più netto possibile i confini tra un’età e un’altra, per altri, al contrario, narrare è la forma più pura del ricordo, qualcosa di così intenso, di così forte, da bruciare sulla pelle, un’immersione nel reale che ha la medesima potenza della situazione vissuta un tempo.

Per questi ultimi, e tra loro in misura eminente per Wright, la parola che racconta, che ripropone in un linguaggio che sia quanto più possibile universale ciò che succede, che faccia emergere ogni stortura, che attiri attenzione, susciti indignazione, provochi rabbia, risvegli una compassione consapevole, è la sola parola che valga la pena pronunciare, l’unica per la quale abbia senso lottare, impegnarsi. Ed egli proprio di questi suoi sforzi racconta in Ragazzo negro, di quanto siano costati, soprattutto, anzi esclusivamente, per il fatto di essere, lui, nero in un mondo dominato da bianchi. Ma ciò che è davvero prezioso in questo libro, non è il suo essere un luminoso esempio di romanzo di formazione, né il crudo realismo di molte pagine, e neppure la severità con la quale egli giudica la famiglia, il cui supino abbandono al proprio miserevole stato è colpevole quasi quanto la cieca ideologia razziale inalberata dall’odioso potere bianco, bensì il fatto che la conquista della parola, con tutte le sue conseguenze, non sia il punto d’arrivo della storia ma il suo passo d’avvio. Ragazzo negro, fin dal titolo così secco, calato come un pugno addosso al lettore – non Un ragazzo negro, non Il ragazzo negro, e cioè lui stesso, Wright, ma Ragazzo negro, e cioè l’esser negro, negro tra una moltitudine di bianchi che dei negri possono disporre come credono, di qualsiasi persona di pelle nera – racconta la storia di una ben precisa persona, è il lacerante ricordo della vita vissuta dal suo estensore, è senza dubbio un libro di memorie ma è, al di là di tutto questo ed essenzialmente, il resoconto, autentico e feroce, di una condizione esistenziale. Che la parola, ed essa soltanto, svela al mondo

Eccovi l’incipit. Buona lettura. 

Una mattina d’inverno di queli lontani giorni della mia fanciullezza, bambino di quattr’anni mi trovavo in piedi dinanzi a un camino, a scaldarmi le mani sopra un mucchietto di carboni accesi, ascoltando il vento che fischiava attorno alla casa.

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