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Estinzione. Per legge


Recensione di “Il guardiano notturno” di Louise Erdrich

recensione - louise erdrich - il guardiano notturno

Louise Erdrich, Il guardiano notturno, Feltrinelli

“Aunishenaubay, Patrick Gourneau, è stato presidente del Consiglio direttivo della tribù

dei chippewa della Turtle Mountain alla metà degli anni ’50, ritenuta l’età dell’oro dell’America, in realtà un’epoca in cui regnava Jim Crow e in cui gli indiani d’America toccarono il punto più basso del loro potere: le nostre religioni tradizionali messe fuori legge, la nostra base territoriale continuamente e illegalmente sottoposta a razzie (come succede ancora oggi) da compagnie di sfruttamento delle risorse, le nostre lingue indebolite dalle scuole governative. I nostri capi erano anche tenuti a rispondere ai funzionari governativi assimilazionisti: a titolo di mero esempio, basta guardare il ‘Comitato consultivo’ nella designazione di mio nonno. Lui e gli altri membri tribali non avevano praticamente alcuna autorità […]. Gli anni ’50 furono un’epoca in cui quel po’ di terra residua e i diritti sanciti da trattati furono facili prede. Con il boom abitativo del dopoguerra, le magnifiche foreste di Klamath e Menominee divennero particolarmente appetibili. Non è un caso che quelle tribù fossero le prime nella lista di quelle da estinguere”. Per raccontare il suo romanzo, Il guardiano notturno, premio Pulitzer per la narrativa 2021 (in Italia pubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Andrea Buzzi), Louise Erdrich ricostruisce nella postfazione la difficilissima situazione in cui versavano le tribù dei nativi americani negli anni attorno al 1950, confinati in riserve in condizioni di povertà estrema, derubati della loro cultura, del loro credo, delle parole indispensabili per parlare con tutto ciò che esiste e vive, gli alberi delle foreste, le acque dei fiumi, le nuvole del cielo, la pioggia, la neve, il vento, obbligati, attraverso la sorda, vigliacca violenza dei fatti compiuti, delle “norme di legge” cui si può soltanto obbedire, a spogliarsi della propria identità per vestire quella estranea, straniera, incomprensibile dei bianchi, fatta di lavoro alienante e bottiglie di whisky. In questo drammatico quadro l’autrice si concentra su un episodio specifico, minore all’apparenza ma di enorme importanza, ne narra genesi e conclusione facendone simbolo della dignità di una nazione intera (quella dei popoli nativi americani), della sua capacità di resistenza, della limpida coscienza del proprio diritto a esistere, a continuare a essere quel che si è sempre stati. È la stessa Erdrich, al principio del romanzo, spiegare di cosa si tratta; queste le sue parole: “Il 1° agosto 1953 il Congresso degli Stati Uniti annunciò la House Concurrent Resolution 108, una proposta di legge per abolire i trattati bilaterali stipulati con le nazioni indiane d’America ‘finché crescerà l’erba e scorreranno i fiumi’. L’annuncio implicava l’estinzione ultima di tutte le tribù indiane e l’estinzione immediata di cinque tribù, compresa la tribù dei chippewa della Turtle Mountain. Nel suo ruolo di presidente tribale, mio nonno Patrick Gourneau lottò contro l’estinzione, lavorando nel frattempo come guardiano notturno. Come il mio personaggio Thomas Wazhashk, dormiva pochissimo. Questo è un libro di fantasia“.

E non c’è dubbio che Il guardiano notturno sia un libro di fantasia; che lo sia nei personaggi messi in scena (i cui modelli, tuttavia, sono assolutamente reali), nella ricostruzione d’ambiente (che di nuovo, però, è quello autentico, splendido e sofferente della riserva destinata ai chippewa), nelle storie singole che attraversano, alimentandola, la vicenda principale (ma chi può dire che cose simili o perfino identiche a quelle riportate non siano davvero accadute?); non c’è dubbio che le oltre 400 pagine di questo splendido lavoro poggino su un libero atto creativo, ma la fantasia, che l’autrice per prima chiama in causa, non è che un pretesto per alimentare la memoria, per restituire voce al passato, per impedire alla storia di cancellare quel che lei stessa, per mano di alcuni, ha cercato in ogni modo di scrivere. Nella ricostruzione “inventata” di fatti veri, quel che si può legittimamente attribuire alla fantasia non è che il cristallino talento letterario di Louise Erdrich; lo scintillio della sua prosa, sempre evocativa, magica, solenne nella sua semplicità come il sapere ancestrale e misterioso della sua gente, la cui conoscenza del mondo i bianchi hanno tradotto nel sapere sicuro, freddo, tecnico delle scienza esatte, acquisendo sulla natura un dominio che ha il sapore amaro della tirannia ma perdendo con essa ogni autentico punto di contatto, ogni familiarità; i sorprendenti, inaspettati scarti ironici che d’improvviso, come raggi di sole in una giornata d’inverno, fanno capolino nel cupo orizzonte della battaglia in corso; il trasparente affetto di cui Erdrich colma tutti gli indiani che compaiono nel romanzo (a partire dall’indiscussa protagonista dell’intera vicenda, la giovane e fiera Patrice “Pixie” Paranteau) e che esprime, come meglio non si potrebbe, l’orgoglio di un’appartenenza

Romanzo di squisita fattura, omaggio, ricordo, testimonianza, Il guardiano notturno è un’opera che va letta, conosciuta, diffusa; un patrimonio comune, di quelli che troppo spesso rischiamo di perdere senza neppure cominciare a capire che non possiamo farne a meno.

Prima dell’incipit desidero ringraziare l’amica scrittrice e giornalista Eleonora Molisani per avermi regalato questa meraviglia letteraria. Buona lettura. 

Thomas Wazhashk si sfilò il thermos da sotto l’ascella e lo poggiò sul piano d’acciaio accanto alla borsa coperta di segni.

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