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Recensione di “Deep River” di Karl Marlantes

recensione - karl marlantes - deep river

Karl Marlantes, Deep River, Solferino

“Prima che ci fosse la Finlandia, c’era il Kalevala. Una raccolta di antichi canti 

sciamanici dormiva nei cuori e nello spirito dei finlandesi, nella terra che loro chiamano Suomi. Per secoli, Suomi ha sognato se stessa attraverso i gelidi armonici della corda di un kantele che vibrava o le voci di due anziani che cantavano faccia a faccia, afferrando l’uno la mano e la spalla dell’altro, come avevano appreso dagli anziani prima di loro. A metà del diciannovesimo secolo, il Kalevala entrò nelle coscienze dei finlandesi soprattutto grazie al lavoro di ricerca e collezionismo di un dottore in medicina di nome Elias Lönrot. Lönrot lavorava come medico nella zona orientale e più isolata del Granducato di Finlandia, allora chiamata Distretto di Kaleva. Si innamorò dei vecchi miti e canti del luogo, preservati e rimasti fuori dalla portata della civiltà moderna. Notò che i canti presentavano spesso gli stessi personaggi, quindi li pubblicò riunendoli in una singola epopea. Ciò avvenne nel 1835, mentre il popolo finlandese subiva la dominazione russa. La pubblicazione del Kalevala fu una parte importante del risveglio dei finlandesi, e giocò un ruolo chiave nella riscoperta della loro lingua, schiacciata dallo svedese come dal russo. La diffusione del finlandese condusse a un rafforzamento del senso di identità della popolazione. Cosa che infine portò allo status di nazione autonoma e all’indipendenza, fra i tumulti della rivoluzione bolscevica del 1917 […]. Il Kalevala non possiede una struttura narrativa onnicomprensiva, e questo romanzo non è una scrittura in chiave moderna del Kalevala, ma semmai una storia da esso altamente influenzata […]. Ho ripreso e rimodellato molti personaggi […]. L’ambientazione americana è l’angolo sudovest dello stato di Washington, dove i miei progenitori finlandesi si stabilirono nell’ultima decade dell’Ottocento. Il Deep River del romanzo si ispira al Naselle River”. Con queste parole Karl Marlantes, già autore dello splendido Matterhorn, spiega la genesi (profondamente autobiografica) di questo suo nuovo lavoro intitolato Deep River (in Italia pubblicato da Solferino nella traduzione di Marinella Magrì), straordinario, epico, sofferto ritratto storico e familiare che si colloca a cavallo di due secoli (dagli ultimi anni dell’Ottocento fino agli anni trenta del Novecento, con le ultimissime pagine che giungono fino alla fine degli anni cinquanta) al cui interno si stagliano, indimenticabili nel loro coraggio, nelle contraddizioni in cui si dibattono, nelle debolezze dinanzi alle quali rifiutano ogni resa, pronti a pagare il prezzo della propria resistenza, della propria ostinazione, qualunque esso sia, personaggi indimenticabili.

La prosa di Marlantes ha la forza selvaggia della terra che racconta, è rude nel modo in cui lo sono i tempi nei quali si cala, non conosce pietà così come non la conoscevano gli uomini cui la vita chiedeva quasi soltanto sopravvivenza, e lotta, e obbedienza istintiva alla legge del più forte, al meccanismo cieco eppure infallibile della selezione naturale, che premia i più combattivi e condanna i fragili, ma nello stesso tempo è intrisa d’amore, di passione, e piange le lacrime amare del dolore inflitto e subito, proprio come d’amore, e della sua trascinante potenza, sono colme le donne, le cui esistenze annegano nel sacrificio, nella miseria, nella servizievole fedeltà ai loro uomini, nella paura, nel terrore, ogni giorno rinnovati, di non vederli tornare dal lavoro, dai turni massacranti trascorsi nell’immensità di boschi e foreste a tagliare alberi colossali alti centinaia di metri, vecchi di secoli, immobili, saggi e muti, oppure dalla pesca dei salmoni nei fiumi, dove a regnare incontrastate sono le correnti e il loro improvviso mutare, e il ribollire tempestoso delle acque solcate da migliaia e migliaia di pesci impegnati in una risalita che concluderanno, sfiniti, con le uova finalmente deposte e in attesa di schiudersi, saldando così una volta ancora, come sempre è stato e sempre sarà, la vita mortale dei singoli all’immortalità della specie.

Come in una proustiana Recherche, nelle 900 pagine (che si leggono d’un fiato) di questo meraviglioso affresco tutto prende le mosse dalle vicende private di una famiglia, i Koski, padre, madre e i loro tre figli, Aino, Ilmari e Matti, che vengono battezzati alla vita nella tragedia senza appello della morte. Gli altri componenti della famiglia, infatti, i tre fratelli più piccoli, muoiono senza che nessuno possa fare nulla e chi resta deve reagire alla perdita rialzandosi, proseguendo, vivendo. Non c’è nulla di sbagliato nelle lacrime, a patto che non rimangano lacrime. Non ci si può arrendere quando si è chiamati vivere. E così i Koski vivono, dapprima umiliati e offesi nella loro terra costretta alla schiavitù dal dominio russo, poi liberi ma stranieri in un’America le cui opportunità si riducono a lavori massacranti remunerati con salari da fame. E se Ilmari, il più grande dei fratelli, affida se stesso a Dio, al mistero della fede e a un’esistenza sempre in equilibrio con l’imperscrutabile maestà della natura (che di Dio è forse la più nobile manifestazione), e Matti scommette tutto sulle sue abilità di lavoratore, sulla sua incoscienza, che lo porta a sfidare qualsiasi pericolo, sul suo sangue freddo, che non lo fa arretrare dinanzi a nessuna minaccia, Aino vede nelle fatiche di chi le sta intorno, nella morte incombente, nella miseria dominante ingiustizie da sanare a ogni costo e si dedica anima e corpo alla lotta per il trionfo dell’ideale di uguaglianza universale promesso dalla comunismo. Ma i destini individuali ben presto entrano nella storia e si confondono con essa, con quella minore eppure essenziale di lavoratori senza nome e senza volto (ma che sono padri, e figli) indifesi di fronte all’arroganza dei padroni, e con quella che si fa patrimonio di generazioni, la storia dei drammi collettivi, delle rivoluzioni e delle guerre, dei massacri e delle vittorie civili conquistate a carissimo prezzo, scritte in costituzioni e leggi con il sangue degli innocenti. Finché tutto ciò che resta, se si è stati fortunati, è qualcuno da amare. Da amare ogni ora di ogni giorno. Fino all’ultimo.

Romanzo di straordinaria fattura, vivicato da una scrittura di cristallino splendore, Deep River conferma l’eccezionale talento narrativo di Marlantes, che regala ai lettori una purissima, imperdibile gemma letteraria.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Una lama di luce sull’orizzonte orientale annunciava il giorno nascente e con quello la fine di una notte che la famiglia Koski non avrebbe mai menzionato e mai dimenticato.

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