Vai al contenuto
Home » Recensioni » Psicologia della sofferenza

Psicologia della sofferenza


Recensione di “Albertine scomparsa – Alla ricerca del tempo perduto VI” di Marcel Proust

recensione - marcel proust - albertine scomparsa

Marcel Proust, Albertine scomparsa, Mondadori

Sub specie aeternitatis, sotto l’aspetto dell’eternità, dell’universalità. Così dovrebbe 

sempre essere la letteratura, un muoversi fluido lungo la corrente di una lingua capace di dare agli argomenti che affronta un’impronta decifrabile da chiunque. Al di là delle differenze di stile, oltre l’architettura delle storie, nel superamento dei particolarismi (non importa quanto affascinanti) delle grammatiche, nella negazione delle intraducibilità, non più intese come ostacoli bensì viste per ciò che sono realmente, e cioè quali distintive caratteristiche di un parlato capaci di illuminare, come meglio non si potrebbe, uno stato d’animo, un sentimento, di cogliere l’essenza di un paesaggio, di ricondurre il significato di una parola al tempo e alla terra che l’hanno visto nascere, alle sue radici, cui quel termine specifico è ancora legato e grazie alle quali ha attraversato i secoli, nella fedeltà piena delle espressioni al loro significato, che è patrimonio di ognuno, ricchezza dell’umanità, i libri sono chiamati a raccogliere, nella singolarità della loro voce, qualsiasi altra voce. Sotto l’aspetto di ciò che è eterno, che non conosce morte, che è destinato a rimanere. Così dovrebbe sempre essere la letteratura. E così è nelle pagine di Marcel Proust, lo scrittore che forse più di chiunque altro ha saputo offrire alla propria esperienza, alla claustrofobia di una memoria incapace di uscire da se stessa, dal cortocircuito di un io illusoria misura di tutte le cose, lo sconfinato riflettere, sentire, amare, soffrire di un’anima spalancata dinanzi al mondo non per una sorta di ingenua generosità, per disponibilità cieca, ma al contrario perché acutamente consapevole di quanto il mondo tutto, in ogni istante, investa le nostre singolarità e le coinvolga in un disegno di cui quasi mai ci accorgiamo ma del quale siamo comunque parte. Così Proust, narrando dei suoi giorni, educando il suo scrivere alla passività dell’uomo incapace di governare il tempo della propria vita e nello stesso tempo innalzandolo oltre quel trascorrere vuoto per arrivare a scoprirne l’immensità dei tesori nascosti nelle ombre dell’incoscienza, della non conoscenza, nel sesto volume della sua Recherche, intitolato Albertine scomparsa (in questo blog trovate le recensioni degli altri cinque, nel caso vi interessassero) esplora con una radicalità che lascia senza fiato lo smarrimento di chi, dopo aver investito ogni energia nella costruzione di un rapporto malato e privo di ogni equilibrio, costruito sull’ossessione, sulla gelosia, su un sottile e crudele gioco di ricatti e menzogne (il riferimento è al romanzo precedente, significativamente intitolato La prigioniera), si ritrova perduto in una solitudine priva di speranza perché la donna troppo amata e proprio per questo soffocata, costretta a rinunciare a se stessa fino al punto da non poter più reggere una condizione di vera e propria disumanità – l’Albertine del titolo – sceglie di abbandonare la casa dell’autore, nella quale era ospitata, e di fuggire.

In pagine indimenticabili per splendore e lucidità, lo scrittore francese guarda a sé, al proprio universo morale, sentimentale e sensuale con la freddezza del ricercatore e insieme con la partecipata sofferenza dell’amante. Procede per indizi, per sospetti, per ipotesi che vengono contraddette in un istante e il momento successivo risorgono più forti sulla base di un dettaglio trascurato, di una novità appena scoperta – “Lo stato d’animo in cui Albertine se n’era andata era probabilmente simile a quello delle nazioni che fanno preparare da una dimostrazione del loro esercito l’opera della loro diplomazia. Sicuramente se n’era andata solo per ottenere da me condizioni migliori, più libertà, più lusso. In questo caso a spuntarla, fra noi due, sarei stato io, se avessi avuto la forza d’aspettare, d’aspettare il momento in cui lei, vedendo che non otteneva niente, sarebbe tornata di sua iniziativa. Ma se nei giochi di carte, in guerra, dove importa solo vincere, si può resistere al bluff, non uguali sono le condizioni create dall’amore e dalla gelosia, per non parlare della sofferenza. Se per aspettare, per ‘tener duro’, lasciavo che Albertine rimanesse lontana da me per parecchi giorni, distruggevo quello che era stato il mio scopo per più di un anno, non lasciarla libera neppure un’ora” – ma parallelamente non si stanca, meditando sul proprio dolore, di chiedersi cosa sia davvero l’amore, come agisca, su cosa fondi la propria forza dirompente, quanto del suo esistere si debba alla fiamma inesauribile del nostro egoismo. Persuaso che il tempo, i giorni, le settimane, i mesi di forzato distacco, così come sono stati la linfa della sua disperazione diverranno il principale strumento della sua liberazione, Proust non si accontenta, come probabilmente farebbe chiunque di noi, della cura che infallibilmente arriverà ma riempie ogni istante di pensieri e di emozioni, di riflessioni e di perché, consumandosi in possibili spiegazioni, in chiarimenti, in tensioni verso la verità che proprio per questo loro obiettivo trascendono la persona fondendola nell’autore, che attraverso la scrittura, sfiora l’infinito arrivando ad afferrarne lembi. Lembi, si diceva, d’eternità. “Se glielo avessi chiesto. mi avrebbe forse detto la verità, come Albertine se fosse resuscitata. E, in effetti, le donne che non amiamo più e che rivediamo dopo anni, non c’è forse, tra loro e noi, la morte, proprio come se non fossero più di questo mondo, dal momento che la scomparsa del nostro amore fa di quelle che erano allora, o di quello che allora eravamo, dei morti? […]. Di quello stato d’animo che era stato per me, in quell’anno lontano, una sola lunga tortura, non rimaneva nulla. Perché a questo mondo dove tutto si consuma, tutto perisce, c’è qualcosa che cade in rovina, che si distrugge ancora più completamente, e lasciando ancor meno vestigia, della bellezza: il dolore”.

Eccovi l’incipit del romanzo. La traduzione, per Mondadori, è di Giovanni Raboni. Buona lettura.

“Mademoiselle Albertine se n’è andata!” Come si spinge più in là della psicologia, la sofferenza, in fatto di psicologia!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.