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La gloria se n’è andata


Recensione di “L’Ickabog” di J.K. Rowling

 

recensione - jk rowling - l'ickabog

J.K. Rowling, L’Ickabog, Salani

Un re non cattivo ma inetto, terrorizzato dalle responsabilità di governo, dal dovere delle

decisioni da prendere e desideroso soltanto di essere amato e ammirato dai propri sudditi; due cortigiani previ di scrupoli, malvagi e astuti, interessati solo al proprio tornaconto e capaci di trasformare il loro sovrano in un inerte burattino obbediente a ogni comando (opportunamente travestito da saggio consiglio o pratico suggerimento); due giovani coraggiosi, leali, che una tragedia metterà a dura prova; una creatura mostruosa, un essere leggendario alla cui esistenza nessuno crede davvero e che tuttavia forse non è soltanto un’invenzione. E forse non è neppure un mostro. E infine un regno, un regno bellissimo ricco e felice dove ogni cosa è perfetta anche se cupe ombre si addensano all’orizzonte. Di primo acchito L’Ickabog, ennesimo gioiello letterario di J.K. Rowling (in Italia pubblicato da Salani nella traduzione di Valentina Daniele) è una fiaba, dunque un racconto capace di affascinare lettori di ogni età, una storia senza tempo meno ingenua di quanto appaia e soprattutto meno innocente. E di certo di una fiaba si tratta, o meglio di un omaggio ad essa e a ciò che rappresenta e allo stesso tempo di una sua rielaborazione. Scrive l’autrice nella prefazione al libro: “Ho avuto l’idea dell’Ickabog molto tempo fa. La parola ‘Ickabog’ deriva da ‘Ichabod’, che significa ‘senza gloria’ o ‘la gloria se n’è andata’. Credo capirete perché ho scelto questo titolo quando avrete letto la storia, in cui sono trattati temi che mi hanno sempre interessata. Che cosa ci dicono di noi i mostri che evochiamo? Cosa deve succedere perché il male si impossessi di una persona o di una nazione, e come si fa a sconfiggerlo? Perché le persone scelgono di credere alle bugie, anche a fronte di prove esili o inesistenti?“. Non è una novità che la fiaba affronti, nelle vicissitudini che mette in scena, questioni etiche di grande profondità, che giunga a porre dilemmi di straordinaria importanza che non è possibile eludere, che chiedono, pretendono una presa di posizione, uno schierarsi; prendendo le mosse da qui, da quella che si potrebbe definire l’urgenza morale del narrare fiabesco, J.K. Rowling costruisce una vicenda dolcissima e terribilmente amara, lieve e delicata e tuttavia oscura e tragica, che nel suo dipanarsi abbandona progressivamente le rassicuranti e neutre regioni della creazione fantastica, la libertà irresponsabile e gioiosa dell’invenzione per calarsi, o per dir meglio sprofondare, quasi fosse un uccello dalle ali ferite, nel grigio gorgo di ciò che troppo si avvicina al vero, alla realtà così come la conosciamo, per non essere, almeno in qualche misura, composta della medesima sostanza. Così, quel che al principio del libro muove, se non apertamente al riso, quantomeno a una benevola condiscendenza – come i caratteri principali della storia, il re Teo il Temerario, che di ardito aveva ben poco ma che aveva scelto di aggiungere al suo nome quell’altisonante aggettivo perché “in parte stava bene con ‘Teo’, ma in parte anche perché una volta era riuscito a catturare e uccidere una vespa tutto da solo, se non contiamo i cinque valletti e il lustrascarpe”, e i cortigiani, il segaligno Lord Scaracchino, che aveva “un talento particolare […] quello di persuadere il re a far cose che convenivano a lui”, e l’oscenamente obeso Lord Flappone, il quale “se aveva un dono, era quello di saper convincere il re che al mondo non c’era nessuno che gli fosse più fedele dei suoi migliori amici” – nel procedere della vicenda diventa trasparente metafora dell’universale pervasività delle umane ingiustizie.

Sorretta e nutrita dai perché dell’autrice – cosa dicono di noi i mostri che evochiamo? L’Ickabog esiste veramente? E se esiste è il mostro che crediamo sia? Il mostro che fingiamo di credere che sia? Un mostro di altra natura forse, qualcosa di sconosciuto che manipoliamo a nostro vantaggio? Quanto, di ciò che attribuiamo all’Ickabog, si deve alle nostre paure, ai nostri egoismi, al perseguimento del nostro interesse? Perché il male si impossessa delle persone e a volte di intere nazioni? Per quale ragione il potere giunge invariabilmente a scatenare violenze? Perché solletica sempre gli istinti peggiori delle persone? E perché le persone a quegli istinti soccombono? Perché si sceglie o di essere ciechi di fronte alle sofferenze altrui oppure di esserne la causa? E quale di questi due comportamenti è il peggiore? Si è più colpevoli se si uccide qualcuno o se non si fa nulla per impedire che l’assassinio si compie? Perché le persone scelgono di credere alle bugie anche quando le menzogne sono evidenti? Perché scegliamo di voltare le spalle alla verità pur sapendo di farlo? Solo perché la verità costa fatica? Solo perché sappiamo che dalla verità saremo giudicati prima e poi e di quel giudizio abbiamo timore? Solo perché manchiamo del necessario coraggio? Solo perché quella bugia, o quel castello di bugie, sembra colpire altri e non risparmiare noi? – la fiaba-realtà, pur senza giungere a dare risposte, mostra a quali abissi conducono quelle domande, fino a quando, grazie alla tenacia di un pugno di ragazzi, il mistero dell’Ickabog non viene svelato, e con esso quello della sua esistenza, anzi della condizione di possibilità del suo esistere, che a ben guardare tocca ognuno di noi: il mistero della nascenza.

Eccovi l’incipit, buona lettura.

C’era una volta una minuscola nazione chiamata Cornucopia, da secoli governata da una lunga stirpe di re con i capelli biondi. Ai tempi della nostra storia il re si chiamava Teo il Temerario.

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