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Guarire


Recensione di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Ken Kesey

recensione - ken kesey - qualcuno volo sul nido del cuculo
Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo, BUR

Cosa significa, per uomo cui è stata diagnosticata una malattia mentale, la guarigione?

E cosa significa per l’istituzione che lo ospita? Quando, secondo il personale dell’ospedale psichiatrico nel quale i malati sono ricoverati, uno di loro, alcuni di loro, tutti o nessuno vengono considerati riabilitati, tornati alla normalità, in grado di rientrare in società? E quando tutte queste persone ritengono se stesse (oppure non ritengono) pronte a tornare alle case, alle proprie vite? E cosa accade, cosa accade esattamente nel momento in cui questi giudizi, queste valutazioni non coincidono? Quali conseguenze provoca il dato di fatto che questi differenti modi di guardare a uno stesso problema non possono essere confrontate tra loro? Quel che accade è che a prevalere è il parere di coloro che vengono considerati esperti in materia, i medici, i dottori, gli infermieri, gli inservienti persino, perché loro conoscono la pazzia, la schizofrenia, la mania ossessivo-compulsiva e qualsiasi altro disturbo del pensiero (e dunque del comportamento) delle persone, mentre chi ne soffre, di questi mali è soltanto vittima, non può certo dire di saperne qualcosa per il semplice fatto di subirli. In una parola, chi è malato sa soltanto di essere malato. Ed è proprio partendo da questo assunto, e cioè che il malato è consapevole unicamente di aver bisogno d’aiuto (e nemmeno in tutti i casi, perché esistono situazioni nelle quali chi soffre non sospetta neppure di star male, e sono, va da sé, quelle peggiori), che l’ospedale decide di occuparsi in un determinato modo di coloro che ha in custodia. E quel modo è una sistematica, chirurgica, spietata assenza d’umanità. Questo è ciò che denuncia il mezzosangue indiano Capo Bromden, voce narrante dello splendido, lacerante romanzo di Ken Kesey Qualcuno volò sul nido del cuculo (BUR, traduzione di Bruno Oddera), storia tragica (ma anche densa di speranza, amore e compassione) di un gruppo di ricoverati in un manicomio in Oregon le cui vite, manipolate dalla capo-infermiera della struttura e ridotte a nulla, vengono sconvolte dall’arrivo di un giocatore d’azzardo irlandese, un poco di buono che sembra avere per unico scopo il divertimento (e il guadagno facile ogni volta che se ne presenta la possibilità) ma il cui anelito alla libertà e all’autodeterminazione finirà per insegnare ai pazienti a non arrendersi a regole stabilite con l’unico scopo di ridurre ognuno di loro al silenzio e all’obbedienza.

La voce di Capo Bromden, che da anni si finge sordomuto perché la sua intera esistenza di indiano in una società razzista e avida che non gli ha mai riconosciuto il diritto di esserne parte e ha tentato in ogni modo (riuscendoci alla fine) di espellerlo da sé come corpo estraneo, come malato, come anormale, e che anche in ospedale non viene considerato da nessuno se non come uomo di fatica cui affidare, quotidianamente, le pulizie dei locali e degli spazi comuni, gli ha fatto capire che non gli servirebbe a nulla parlare (come non gli era servito farlo negli anni di gioventù, quado dovette assistere impotente alla distruzione del suo villaggio, alla diaspora del suo popolo e infine alla dissoluzione della sua famiglia), è dapprima la vinta, monocorde testimonianza di un uomo il cui destino è stato scritto ben prima della sua venuta al mondo (e non è un caso che nel narrare dei suoi compagni e delle loro tragedie egli si lasci andare ai ricordi personali e ricostruisca, nel dettaglio preciso della memoria che contribuisce a rendere ancora più doloroso il ricordo e ad accentuare l’impotenza assoluta che caratterizza il suo presente di ultimo persino tra i malati, il proprio passato, cui non riesce più ad abbeverarsi per ritrovare forza e voglia di lottare) e poi, poco alla volta, a seguito dello scompiglio creato dall’irlandese, che si rivela capace di sovvertire ogni regola e che dimostra di non avere alcuna paura di affrontare a viso aperto la capo infermiera – “la Grande Infermiera”, dice Bromden, indicando così l’enormità del suo potere, che è il potere stesso dello Stato sugli individui, un potere che non conosce se non la generalità e dunque non è in grado di discriminare, di fare differenze, di impegnarsi a comprendere, un potere che per essere universale e dominare tutti deve cancellare l’idea stessa di singolarità, e allora ecco che i malati sono malati, nient’altro che malati, mentre per l’irlandese mela marcia, per l’irlandese attaccabrighe McMurphy loro sono i nomi che portano, gli occhi con i quali guardano il mondo, le parole che dicono – è il rumore crescente di una valanga, è il suono di una cascata cui progressivamente ci si avvicina, che da sussurro qual era solo poco tempo prima si fa rombo assordante, è il tuono terribile, spaventoso che precede di un istante il temporale che finalmente si rovescia su una terra che troppo a lungo ha atteso quella benedizione. Una benedizione che l’uomo, da uomo, offre al suo prossimo, per una volta amandolo, quanto imperfettamente non conta, come se stesso, e accettando di pagare il prezzo della sua generosità.

Eccovi l’incipit. Leggete questo libro, non perdetevelo.

Sono laggiù. Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.

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