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Il ritratto della morte

Recensione di “Il ritratto Bellini” di Jason Goodwin

Jason Goodwin, Il ritratto Bellini

Jason Goodwin, Il ritratto Bellini, Einaudi

A Venezia, città di mercanti, “dove tutto è in vendita”, e a Istanbul, cuore di un impero ottomano scosso dalla scomparsa del sultano Mahmut II e affidato alle inesperti mani di suo figlio, il giovane Abdülmecid. In una Serenissima splendida e orgogliosa e tuttavia vinta, umiliata dall’ottusa severità austriaca, e nella dorata culla di storia un tempo nota al mondo con il nome di Costantinopoli, memoria delle grandezze e delle abiezioni degli uomini.


È tra queste due città insieme rivali e gemelle, l’una specchio dell’altra, l’una eco dell’altra, in un mutevole palcoscenico dove consonanze e differenze incessantemente si confondono, che lo storico e scrittore britannico Jason Goodwin ambienta Il ritratto Bellini, terza avventura dell’eunuco di corte Yashim, il fortunato personaggio da lui creato. Già protagonista dei romanzi L’albero dei giannizzeri e Il serpente di pietra (entrambi pubblicati in Italia da Einaudi e di cui ho scritto in questo blog), Yashim – in compagnia del fedele amico Palewski, ambasciatore polacco presso la Sublime Porta (di una Polonia smembrata, in realtà, cancellata come nazione, ma nonostante ciò testardamente rappresentata dal suo coraggioso funzionario) – è chiamato a svolgere un compito delicato ma non pericoloso (almeno in apparenza): recuperare, per conto del nuovo sultano, un prezioso ritratto di Maometto, dipinto, alla metà del XV secolo, dal celebre artista Gentile Bellini.

Misteriosamente scomparsa per secoli e d’improvviso riapparsa a Venezia, città natale di Bellini, quest’opera nasconde molti segreti, e Yashim, che per impadronirsene ha escogitato un piano semplice ed efficace – inviare a Venezia Palewski nei panni di un esperto d’arte americano interessato ad acquistare i più disparati tesori d’arte, tra cui, naturalmente, il preziosissimo Bellini , si ritrova invischiato in un diabolico complotto omicida. Ancora una volta, Goodwin si dimostra abilissimo nello sviluppo della trama; l’accuratezza della ricostruzione storica (siamo intorno alla metà del XIX secolo) si fonde alla perfezione tanto con le atmosfere cupe del mystery quanto con la spettacolare efferatezza dei delitti (tutti coloro che hanno a che fare con il ritratto vengono presi di mira da uno spietato e infallibile assassino, ed è proprio con un fatto di sangue che il romanzo si apre), ma la solidità dell’architettura narrativa non è che il primo, e a ben guardare il più superficiale dei pregi di questo lavoro.

Ne Il ritratto Bellini, infatti, a imporsi all’attenzione del lettore è la storia, il ricco e tragico passato incarnato da Venezia e Istanbul, che Goodwin magistralmente racconta, fondendo in una prosa morbida e fluida la precisione dello studioso e la cristallina eleganza del romanziere: “Si passò le mani fra i capelli e lanciò un piccolo lamento, guardando il panorama a occhi socchiusi. Era splendido, con le cupole incendiate dalla luce mattutina e una lieve foschia che diradava fra i pali e i gradini sull’acqua; eppure nel 1840 Venezia non era la regina adriatica dei tempi andati. Una volta, con le sue isole e i suoi porti sparsi per il Mediterraneo orientale, si considerava sovrana di tre ottavi dell’antico impero d’Oriente. Ogni anno il suo doge celebrava lo sposalizio con il mare, ogni anno riportava a riva tesori: sete e spezie, pellicce e pietre preziose che i mercanti veneziani vendevano astutamente al nord. Ma con l’andare degli anni la sua presa si era allentata, gli ottomani avevano guadagnato terreno, la corrente dei traffici e della ricchezza era rifluita verso l’Atlantico. Nel vortice delle feste, i veneziani avevano danzato inconsapevoli verso la nemesi. Napoleone era arrivato e aveva tenuto fede alla sua promessa: era stato un Attila per lo Stato Veneto. Gli austriaci presero quel che Napoleone non poteva tenere per molto e da trent’anni l’antico porto andava in rovina fra l’indifferenza degli Asburgo, che preferivano Trieste […]. Venezia dormiva, acciambellata sulla laguna come un gatto in una cesta. Un tempo era un leone dei mari, ma ormai aveva rinfoderato gli artigli. Per i dominatori austriaci era una semplice curiosità, una palude marcescente dal passato illustre, popolata da gente scontrosa […]. Istanbul […] era ampiamente considerata una città salubre: il vento che soffiava anche durante l’estate dai Dardanelli smuoveva e purificava l’aria, mentre la veloce corrente del Bosforo, che affluiva dal Mar Nero, fungeva da canale di lavaggio perenne. Forse era per questo che nel 1204 l’anziano e cieco doge Enrico Dandolo aveva proposto di trasferire armi e bagagli l’intera impresa di Venezia sulle rive del Corno d’Oro. Aveva appena conquistato Costantinopoli con l’aiuto dei crociati ed era un’occasione unica. La proposta venne bocciata”.

Attraverso i personaggi (alcuni in particolar modo, come il commissario Brunelli, la cortigiana Maria, la contessa Carla d’Aspi d’Istria) sono le città ad agire, a combattersi, a stringere alleanze d’interesse, a cercare di superarsi; nella fitta, coinvolgente trama gialla di Jason Goodwin, dunque, a brillare, come un diamante in mezzo al fango, è il passato di due imperi, di più è un riflesso della storia eterna dell’Oriente e dell’Occidente. Ed è questo riflesso a rendere in qualche misura unico Il ritratto Bellini.

Eccovi l’inizio del romanzo. La traduzione, per Einaudi, è di Cristiana Mennella. Buona lettura.

Sprofondò lentamente nell’acqua scura, le braccia in fuori, i piedi puntati: come un Cristo o un derviscio, lanciando una benedizione al mare. La pietra ai suoi piedi atterrò sul fango con una morbida esplosione, le ginocchia cedettero e in un attimo cominciò a inchinarsi alla marea con eleganza. Era sempre stato elegante; flessibile anche, quando fissava un prezzo. Un mercante che faceva affari lasciando un margine alla controparte. Sopra, l’assassino guardò a destra e a sinistra, attento al minimo rumore nel buio, sentendo la pioggia sul volto. Sostò per qualche minuto in vigile attesa, poi sbatté le palpebre, si voltò e si allontanò dal ponte con passo felpato, lasciandosi inghiottire dalla notte e dai vicoli della città addormentata. La marea scese.

6 commenti su “Il ritratto della morte”

  1. Caro consigliere letterario,
    resto piacevolmente sorpreso da questo spazio (o blog, che dir si voglia) che hai creato per condividere le tue opinioni letterarie. Apprezzo molto anche il modo in cui le recensioni sono strutturate. Anche io con amici ho messo su un sito che – tra le altre cose – si occupa di letteratura. Mi piacerebbe poterti avere nella nostra redazione virtuale. Ma comunque questo commento non vuole essere una forma mascherata di reclutamento, quindi mi auguro che tu possa proseguire nella tua attività di lettore e critico attraverso ogni mezzo.

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