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“Una volta eliminato l’impossibile….”


Recensione di “Sherlock Holmes e la minaccia di Chtulhu” di Lois H. Gresh

recensione - lois h. gresh - sherlock holmes e la minaccia di chtulhu

Lois H. Gresh, Sherlock Holmes e la minaccia di Chtulhu, Fanucci

Non v’è, tra gli estimatori di Charles Dickens (ma anche tra i semplici lettori, purché non

eccessivamente distratti), chi non si accorga quali pagine del bellissimo romanzo Il mistero di Edwin Drood – opera rimasta incompiuta a causa della morte del suo autore – siano state scritte da lui e quali invece si debbano al lavoro (senza dubbio encomiabile) del saggista e studioso Leon Gardfield, che con coraggio si è assunto il compito di dare una conclusione alla vicenda. E non perché la prosa di Garfield non sia piacevole, puntuale nella ricostruzione d’ambiente e tanto “dickensiana” quanto può esserlo quella di uno dei massimi conoscitori (ed estimatori) del grande narratore ma per il semplice fatto che egli non è Charles Dickens. Una verità fin troppo banale nella sua evidenza, e che non spiegherebbe nulla se non la si potesse declinare dal punto di vista letterario. Sotto questo profilo, infatti, esiste una dimensione di scrittura che è misura (squisitamente qualitativa) di talento, canone di grandezza. Nello specifico, la “dimensione Dickens” è quella dei caratteri, dei personaggi, degli eroi delle sue storie; è da loro, dalla loro perfetta tridimensionalità, dalla capacità di essere, fin dal primo apparire, modelli, archetipi, e di reggere sulle proprie spalle complesse architetture narrative (si pensi a cosa resterebbe dell’universalmente noto Canto di Natale se lo si privasse di Ebenezer Scrooge o a quanto meno cupe sarebbero le disavventure del giovanissimo Oliver Twist se su di lui non incombesse l’ombra del burattinaio ebreo Fagin) che i grandi romanzi di Dickens sono nati, e grazie a loro che sono divenuti dei classici ed è esattamente qui, di fronte ai protagonisti del Mistero, che Garfield si smarrisce. Nelle sue mani, le figure attorno alle quali si sviluppa il dramma perdono poco alla volta consistenza, impallidiscono, si fanno via via più tenui, come se il peso di ciò che accade divenisse per loro eccessivo. L’equilibrio, che pare sorgere naturalmente dalle pagine dei romanzi e racconti dickensiani, tra storia e interpreti (con i secondi, merita ripeterlo, a dare vita alla prima, a crearla), non è frutto di tecnica, non è qualcosa che può essere appreso, non è trito bagaglio da scuola di scrittura (ammesso che un bagaglio da scuola di scrittura esista, cosa di cui dubito), bensì maestria, splendore unicità; qualcosa insomma di non replicabile. Seppur in misura differente, se non altro perché in questo caso non ci si trova di fronte a un’opera incompiuta cui mettere mano ma a un lavoro autonomo che vuole essere un dichiarato omaggio a due giganti della letteratura, Arthur Conan Doyle e Howard Phillips Lovecraft, quanto detto per Garfield vale anche per Lois H. Gresh e per il suo Sherlock Holmes e la minaccia di Cthulhu, primo capitolo di una trilogia dedicata all’infallibile investigatore e alla saga dei Grandi Antichi (in Italia edito da Fanucci nella traduzione di Evelina Croce).

Qui in gioco, si diceva, non c’è un rapporto diretto con il testo originale ma la situazione, dal punto di vista letterario, resta sostanzialmente la stessa. Gresh, il cui lavoro (come lei stessa dichiara nei Ringraziamenti a fine volume) “è nato dall’amore” mostra accurata conoscenza tanto del detective di Baker Street (che qui torna a collaborare con il suo biografo il dottor John Watson, ormai marito e padre ma non per questo distante dal suo compagno d’avventure, meno come mai quando l’enigma che Holmes è chiamato a svelare sfida, come in questo caso, ogni logica) quanto dei mondi d’incubo di Lovecraft e di coloro che li popolano; ancora una volta, tuttavia, l’accuratezza filologica è sì condizione necessaria per la scrittura di un romanzo-omaggio ma non sufficiente perché l’opera possa riuscire, o riuscire in pieno. Nel restituire il grigiore malato di una Londra morsa dalla povertà, flagellata e ferita dalle disuguaglianze Lois H. Gresh centra indubbiamente il bersaglio e lo stesso può dirsi per alcuni momenti di puro orrore scatenati dalla mostruosa presenza degli Antichi; il dipanarsi dell’intreccio, però, che dovrebbe vivere della sproporzione tra la verità dei fatti che il genio deduttivo di Holmes non manca mai di stabilire e l’impossibilità (altrettanto vera, altrettanto reale) di ciò che avviene per volontà di Cthulhu, degli Altri per i quali nulla è impossibile, sfugge di mano all’autrice. Il rigore logico-scientifico di Holmes abita un piano letterario che non ha alcun punto di contatto con il raccapricciante caos rappresentato da Chtulhu, e se non v’è dubbio che l’idea di gettare un ponte tra questi due universi possieda fascino e suggestione in abbondanza, è altrettanto innegabile che, per far sì che queste orbite possano anche solo sfiorarsi (come per l’appunto accade in questo primo capito della trilogia), tanto il geniale investigatore quanto l’oscura divinità (nel romanzo adorata, assieme a un’altra creatura spaventosa e terribile, Dagon, da una ramificata e potente consorteria segreta) devono sacrificare qualcosa di sé. Così, da un lato ecco un Holmes per certi versi quasi irriconoscibile nel suo frenetico dinamismo di uomo d’azione ridursi, di fronte a manifestazioni che la scienza non può spiegare, alla stordita incredulità di uno qualunque di noi che, coinvolto in uno o più eventi eccezionali, disarmato se ne lasci travolgere senza riuscire a dire altro se non “non posso credere a ciò che vedo” (Holmes, è vero, pur nella sua eccezionalità, non è che un uomo; quel che ci si aspetta da lui non è certo che non si sorprenda, o peggio si smarrisca nel terrore e nel mistero che lo circondano sempre più da vicino, ma che non perda mai di vista, o peggio dimentichi, il principio che orienta ogni suo agire: “una volta eliminato l’impossibile, quel che resta, per quanto improbabile, deve essere vero”), e dall’altro la potenza indescrivibile, e nell’ipnotica, lucidissima e delirante a un tempo prosa di Lovecraft addirittura impossibile da menzionare, per la quale non esistono parole ma solo la vertigine di una mente che per un istante supera la barriera della pazzia per poi immediatamente disintegrarsi, di esseri che vanno al di là di ogni immaginazione, banalizzata dalla meschina brama di potere degli uomini. Come se Chtulhu potesse davvero bramare la terra per quel che è.

Gradevole curiosità, sincero atto d’amore, lettura d’evasione non priva di un certo pregio, Sherlock Holmes e la minaccia di Chtulhu è un libro imperfetto ma che riesce in qualche modo a farsi apprezzare. Furbescamente non si chiude e rimanda agli altri due volumi, che senza fretta leggerò. Perché amo Holmes e temo Chtulhu. E non fosse che per questo (che comunque non è poco) sono grato a Lois H. Gresh. 

Eccovi l’inizio. Buona lettura. 

La sedia era una meraviglia dimensionale. Avrei voluto svegliare mio figlio Kristoffer perché venisse a vederla, ma era in casa e dormiva profondamente.

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