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Paura terribile e caffè bollente


Recensione di “Il nudo e il morto” di Norman Mailer

recensione - norman mailer - il nudo e il morto

Norman Mailer, Il nudo e il morto, Einaudi

 

“Ora che sono passati conquant’anni dalla prima edizione di Il nudo e il morto, pubblicato

per la prima volta nel 1948, credo sarebbe interessante parlarne nei termini di un best-seller scritto da un dilettante. Naturalmente, come spesso accade con i best-seller, si trattava di un buon romanzo, e lo scrittore che aveva inziato l’opera a ventitrè anni per completarla quindici mesi dopo, all’epoca aveva già all’attivo più di ducentocinquantamila parole scritte al college. Si trattava pertanto di un dilettante che quantomeno lavorava sodo, amava scrivere e si sentiva pronto, come può esserlo un ventiquattrenne, a mettere la propria spada a disposizione della causa della letteratura […]. La storia era buona, e migliorava andando avanti. Il libro aveva inoltre il dono dell’immediatezza, e venne pubblicato proprio nel momento in cui, a tre anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, tutti erano pronti a leggere un grande romanzo di guerra che desse un po’ l’idea di cosa era successo […]. In molte sue parti il libro è scritto in modo trasandato […]. Si trova a stento una frase in cui un sostantivo non si accompagnato dall’aggettivo più ovvio e scontato: troverete caffè bollente e paura terribile dappertutto. Gli aggettivi facili sono il marchio di fabbrica della scrittura popolare […]. Detto ciò, non si dovrebbe chiedere all’artigiano che sta componendo queste righe quali siano le virtù del suo lavoro da dilettante. La risposta è che ha avuto la fortuna di essere profondamente influenzato da Tolstoj nei quindici mesi che ci vollero a compore l’opera, tra il 1946 e il 1947: tutte le mattine, prima di iniziare a lavorare, leggeva qualche pagina di Anna Karenina. Quindi le sue pagine riflettono quanto aveva appreso da Tolstoj sulla compassione, pur con tutti i limiti di un ventiquattrenne. Perché questa è la vera genialità del grande vecchio: Tolstoj ci insegna che la compassione ha valore e arricchisce le nostre vite solo quando è severa, cioè quando riusciamo a percepire tutto quel che di buono e di cattivo c’è in una persona, e riusciamo comunque a capire che la somma di bene e male negli esseri umani pende leggermente più verso il bene. In ogni caso, buoni o cattivi, ci ricorda che la vita è un’arena per gladiatori dell’anima, e così ci sentiamo rafforzati da coloro che resistono e impietositi e addolorati per coloro che soccombono”. Così scriveva Norman Mailer nel 1998, introducendo un nuova edizione del suo capolavoro (in Italia pubblicato da Einaudi nella traduzione di Chiara Stangalino, con prefazione di Tommaso Pincio), cronaca di guerra (siamo sul fronte del Pacifico durante il secondo conflitto mondiale; un corpo di spedizione dell’esercito americano ha il compito di conquistare la piccola isola di Anopopei, sotto controllo giapponese) che nel suo procedere per sottrazione invece che accumulo – l’orrore della morte sul campo, implicito nell’idea stessa di combattimento; il fragore delle armi; l’inerzia allo stesso tempo lucida e folle degli assalti; la disperazione assoluta del soldato, i cui sforzi per restare vivo, per tornare a casa sano e salvo nulla possono contro l’arbitrarietà di ogni giorno, così simile, nella sua terrificante inconoscibilità, al freddo sguardo di un Dio-sovrano incapace di pietà, nelle quasi 900 pagine di questo lavoro restano sempre in secondo piano, sotto la superficie di un’umanità disgregata eppure ancora in qualche misura pura, autentica, nella quale a fare capolino di volta in volta sono generosità ed egoismo, odio e pietà, viltà e risolutezza, angoscia e feroce determinazione, desiderio di vendetta e insopprimibile bisogno d’amore – sembra risolversi, metafisicamente, in un’interminabile partita a scacchi con la sostanziale mancanza di senso che connota e definisce l’esistere di ciascuno.

Nel narrare l’odissea degli uomini di un plotone di ricognizione (e dei suoi vertici, rappresentati dal comandante dell’intera armata, il generale Cummings, dal suo aiutante di campo, il tenente Hearn, e dal sergente Croft, guida del plotone) lo scrittore americano si apre alla dimensione psicologica, guarda ai suoi personaggi analizzandone il mondo interiore, soffermandosi sulle loro emozioni, sui ricordi, riandando all’agrodolce nostalgia di memorie che la giungla, nella sua perfetta e inaccessibile bellezza che è necessario violare affinché possano essere completate le missioni via via affidate ma che saprà vendicarsi per ogni ramo spezzato, ogni foglia bruciata, ogni nuova strada creata, ogni avamposto realizzato, ogni tenda piantata, pare avere il potere di evocare in un’illusione di dolcezza ma che subito rivelano un destino scritto di miserie e fallimenti. Così l’esercito, nella severità della sua architettura gerarchica, nelle richieste che si fanno ordini per sciolgersi dall’imbarazzo e trovare un’accettabile ombra di dignità, conquistarsi una forma di vita, non importa quanto precaria, nel sonno che, perduta da tempo qualsiasi virtù ristoratrice, si fa tortura nell’interruzione delle veglie di guardia, nell’incombere di scontri a fuoco che spingono al limite la tensione nervosa portando allo sfinimento menti e corpi, nella durezza delle marce lungo un terreno sconosciuto, ostile, insidioso, testardamente estraneo, sembra non essere altro che il prolungamento di vite prive di scopo, condotte sull’orlo del nulla, in una girandola di gioie negate (o peggio incomprese) e di sofferenze replicate con la monotona, infallibile regolarità di un meccanismo da catena di montaggio. Quel che resta allora non è che il fragore dei bombardamenti che sempre giunge come un rombo lontano, come avvisaglia di qualcosa di importante che avviene ma resta irraggiungibile, collocato al di là di quel limite invalicabile che separa una realtà cui si appartiene senza averla mai davvero scelta da un sogno condannato a svanire. Quel che resta è l’identico peso, la medesima importanza, della vittoria e della sconfitta.

Eccovi l’incipit, buona lettura.

Nessuno riusciva a dormire. All’alba i mezzi d’assalto sarebbero stati calati in mare, e una prima ondata di truppe avrebbe attarversato la baia per sbarcare sulla spiaggia e attaccare Anopopei.

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