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1999-2026

recensione - cronache marziane - ray bradbury“Cronache marziane è il primo romanzo di successo e, probabilmente, il più noto scritto da

Ray Bradbury. Più che un romanzo è una raccolta di racconti brevi, nati da ispirazioni diverse e […] riuniti dal filo conduttore dell’ambientazione marziana. È la cronaca della faticosa conquista del pianeta Marte, della sua colonizzazione e della distruzione della Terra in seguito allo scoppio della guerra totale. L’azione si svolge tra il 1999 e il 2026, anno dell’olocausto atomico. I protagonisti sono da una parte astronauti e civili statunitensi, dall’altra marziani in via di estinzione […]. In molti racconti della raccolta si respira aria di nostalgia, di idealizzazione del passato. Bradbury ha paura del progresso incontrollato e guarda con sospetto la scienza che sente, a tratti, nemica”. Le parole di Paola Maiello, nell’introduzione alle Cronache marziane  di Ray Bradbury (Mondadori, traduzione di Giorgio Monicelli), mettono il lettore di fronte alla potenziale ambiguità di significato del termine genere. Se è vero, infatti, e in letteratura è senz’altro vero, che la caratterizzazione di genere è utilissimo strumento per l’identificazione di un’opera (un giallo obbedisce, o ci si aspetta che obbedisca, e che rispetti, specifiche categorie relative alla trama, al modo di narrarla, finanche in alcuni casi al particolare stile scelto per la rappresentazione), bisogna anche tenere presente che un’interpretazione, in pagina, opposta a ciò che ci si attende da un ben preciso genere, dunque un suo patente tradimento, possa risultare una via altrettanto praticabile (forse addirittura più valida della precedente) per la comprensione di un romanzo, o com’è il caso presente, di un insieme di racconti tra loro legati. La fantascienza di Ray Bradbury, infatti, o se si preferisce la fantascienza di Cronache marziane, a dispetto dei viaggi interstellari (ai quali peraltro l’autore dedica un’attenzione minima, limitandosi a raccontarne la realtà, il fatto puro e semplice: la costruzione di un razzo, un equipaggio che lo guida, il viaggio e l’atterraggio sul pianeta prescelto, Marte, allo scopo di conquistarlo, di farne una seconda Terra), del contatto proprio con il pianeta che più di tutti, tra quelli del sistema solare, evoca suggestioni, fantasie e paure, e delle soprese che, storia dopo storia, attendono i pionieri terrestri (o meglio americani, perché solo gli Stati Uniti sono stati in grado di sviluppare le tecnologie necessarie a conquistare la galassia, fino a farne una sorta di comoda autostrada), non è quasi per nulla quella cui la parola fantascienza  legata ai libri che ne trattano rimanda. Ci sono, certo, armi inconsuete, città che destano meraviglia, arditezze immaginative che stupiscono fino a stordire – non va dimenticato che il stiamo parlando di un libro pubblicato nel 1950 – come quelle che si ritrovano nella presentazione, all’apparenza del tutto normale, di una casa marziana: “Avevano una casa a colonne di cristallo sul pianeta Marte ai margini di un mare vuoto, e ogni mattina si poteva vedere la signora K mangiare i frutti d’oro che crescevano sulle pareti di cristallo, o ripulire la casa con manate di polvere magnetica, che, assorbita ogni sporcizia, si dissolveva sulle calde ali del vento. Nel pomeriggio, quando il mare fossile era caldo e immobile, e le viti stavano irrigidite nell’orto e la lontana cittadina marziana, bianca e ossuta come un teschio, se ne stava tutta chiusa in sé, e nessuno usciva di casa, si poteva vedere lo stesso signor K nella sua camera, intento a leggere un libro metallico dai geroglifici in rilievo, su cui egli passava la mano leggera, come chi suoni un’arpa”; tuttavia queste cose sono quasi superflue nell’economia complessiva delle Cronache; perché al centro del libro dell’autore di Fahrenheit 451 (di cui si coglie più di un indizio in uno dei racconti presenti in queste pagine, non a caso esplicito omaggio all’opera letteraria di Edgar Allan Poe, e più precisamente ai racconti dello scrittore americano, che non riuscì ad amare se non là dove la Morte mescola il suo fiato con quello della Bellezza) ci sono gli uomini, gli uomini del pianeta Terra, i colonizzatori che, dapprima respinti dai marziani, riescono alla fine a prendere possesso del pianeta ma nel momento stesso del loro trionfo, della loro vittoria, dimenticano e abbandonano la ragione dei loro sforzi.

Per Ray Bradbury, infatti, Marte incarna una specie di speranza, una seconda possibilità, un possibile ritorno a un’innocenza primigenia che, se mai è esistita, l’uomo ha da gran tempo perduto. Marte però potrebbe essere un nuovo Eden, e gli uomini e le donne che decidono di andarci a vivere incarnare Adamo ed Eva rinnovati anch’essi, purificati in qualche maniera, memori degli errori e degli scempi compiuti sulla Terra e pronti, ora, a ricominciare nella grazia. Perché Marte è esattamente questo, uno spiraglio, come emerge con assoluta chiarezza nel racconto in cui tutti i neri di una cittadina, dopo essersi pazientemente costruiti le loro astronavi, lasciano le loro case per andare nella nuova terra, una terra lontana miliardi di chilometri dove, ne sono certi, o almeno sperano con tutto il cuore di poterne essere certi, non li attenderanno altri esseri umani bianchi di pelle pronti a sfruttarli in virtù di questa sostanziale differenza e convinti di avere il diritto di ucciderli a proprio piacere. Magari per il solo gusto di rendere più interessanti le lunghe notti d’estate. Marte dunque potrebbe essere il luogo dove riposa la più importante delle risposte riguardante l’umanità: fino a che punto può l’uomo disertare la propria natura, fino a dove può spingersi la sua speranza? Marte è a distanza sufficiente?

Negli anni, lettura dopo lettura, Cronache marziane, ha acquisito lo status di un piccolo classico. A mio modesto avviso lo ha più che meritato.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Fino a un istante prima era ancora l’inverno dell’Ohio, le porte chiuse, i vetri alle finestre ricoperti di brina, stalattiti di ghiaccio a frangia d’ogni tetto, bimbi che sciavano sui pendii, massaie dondolanti come grandi orsi neri nelle loro pellicce sulle vie gelate.

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