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Laio, Edipo e la precedenza

recensione - francesco guccini - loriano macchiavelli - malastagioneÈ pensiero comune, e pensiero che naturalmente si fa aspettativa, chiedere a un romanzo

giallo non solo un intreccio pieno di colpi di scena e false piste (ingredienti necessari affinché il numero dei possibili sospetti sia ben nutrito e solletichi l’abilità investigativa, l’intuizione o solo la buona sorte del lettore, il suo causale indovinare il colpevole) ma anche un movente originale, spiazzante, di quelli che non si dimenticano facilmente; in fondo, bisogna riconoscere che per quanto i delitti letterari siano affascinanti, piacciano, coinvolgano, appassionino, la morte violenta è pur sempre qualcosa dinanzi alla quale non è possibile mostrarsi indifferenti e per darne ragione, per rendercela in qualche modo accettabile anche nella finzione della pagina scritta, chiediamo all’architetto del castello romanzesco una ricostruzione che lasci a bocca aperta. Nell’assassinio, in una parola, va bandita la banalità, cancellata l’ordinarietà. È un pensiero comune, ripeto, e il più delle volte viene formulato inconsciamente, e inconsciamente contribuisce a definire il nostro giudizio su quanto abbiamo letto. Ma cosa accade quando qualcuno, nell’offrirci il proprio lavoro, mette in discussione questa inconsapevole certezza? Davvero la morte per mano d’altri esige sempre, se non una lugubre grandezza shakespeariana, un labirintico gioco di specchi in impeccabile stile Agatha Christie (si pensi, per limitarsi solo a un paio di esempi ad autentici gioielli come Trappola per topi e Assassinio sull’Oriente Express?). Davvero il cammino che conduce investigatore e lettori dall’oscurità dell’omicidio alla luce della giustizia deve per forza essere irto d’enigmi talmente complessi da poter essere risolti solo da menti dotate d’assoluta genialità, dall’intuito finissimo di un Isidro Parodi o dalla sovrumana lucidità di un Auguste Dupin, talmente infallibile da poter addirittura affrontare il più vertiginoso dei misteri, quello del tradimento di Giuda? Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, con leggerezza, ironia e sapiente mestiere rispondono a tutte queste domande con un semplice ma deciso diniego. Nel loro Malastagione (Mondadori), ambientato in un piccolo ma per nulla quieto paesino dell’Appennino tosco-emiliano (Casedisopra), la coppia mette in scena un giallo che, pur lasciando il lettore con il fiato sospeso dal principio alla fine, evita accuratamente ogni gratuita complicazione per dare spazio a una vicenda la cui “normalità” si specchia tanto in quella dei personaggi che animano la scena quanto in alcune eccentricità che, proprio come l’indispensabile “eccezione che conferma la regola”,  contribuiscono a rendere credibile (e godibile) l’intera storia. Così, non sorprende ma al contrario riesce quasi naturale la disavventura con la quale il romanzo si apre, qualcosa che potrebbe capitare soltanto a un vecchio uomo di montagna di nome Adùmas (il cui padre, che in vita ha coltivato una e una sola passione libresca, quella per i Moschettieri, ha deciso di omaggiare l’autore del libro, tale A. Dumas, dando al figlio il suo nome, epurato naturalmente da quel punto che non serviva a nessuno), che, alla posta nel bosco per cacciare un cinghiale (di frodo, ma per una volta, per fare un favore al gestore del locale bar ristorante…), si vede passare davanti l’animale che avrebbe dovuto impallinare con un piede umano stretto tra le fauci.

La stranezza, l’assurdità della situazione nella quale precipita Adùmas viene, va da sé, salutata con incredulità dall’intero paese; lo scetticismo, tuttavia, non tocca proprio tutti, una lodevole eccezione la rappresenta Poiana, al secolo Marco Gherardini, giovane e competente ispettore della forestale, che passo dopo passo approfondisce quella strana storia che presto comincia a mostrare più di un aspetto opaco. Ma l’indagine di Poiana è qualcosa che procede sempre alla luce del giorno, in chiacchiere che quasi mai assumono il tono gelido e burocratico dell’interrogatorio, e le scoperte che di volta in volta emergono e aiutano Poiana a ricomporre un puzzle che alla fine di tutto vedrà non uno ma ben due delitti, un incendio doloso che procurerà una ferita profonda all’Appennino e anche un altro tentato omicidio (maldestro, d’accordo, ma non per questo meno grave), giungono al termine di una piacevole cena, un aperitivo improvvisato, una sigaretta fumata in compagnia, un caffè offerto senza secondi fini. Perché Casedisopra è un borgo, un paese, e vive la vita che è di tutti, una vita nella quale gli interessi, anche i più loschi, non stupiscono, al massimo amareggiano, come può farlo l’avidità, o finiscono per intristire, come intristisce la disperazione dettata dalla gelosia. E allora viene il dubbio che forse Guccini e Macchiavelli non hanno torto quando, fidando solo nella semplice eleganza dello stile e nell’amore per una terra della quale si sentono parte (nessuno dei due, anche se più Guccini che Macchiavelli, sfigurerebbe tra gli abitanti di Casedisopra, anzi, dispiace non imbattercisi), mettono da parte complicazioni e fin troppo cervellotiche “ricostruzioni dei fatti”, e non perché sia sbagliato ricorrervi ma soltanto perché non è obbligatorio farlo. Non dimentichiamoci, sembrano dirci, che uno dei fatti di sangue più tragici e noti al mondo, che ha avuto e ha conseguenze per ciascuno di noi, l’uccisione di Laio per mano di Edipo, si deve a una questione di precedenza pretesa da una parte e rifiutata dall’altra. Vi viene in mente qualcosa di più ordinario?

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Stirò le gambe, che cominciavano a formicolare alle giunture.

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