La lotta partigiana si vede riflessa nello sbandamento, nel naufragio dell’8 settembre. La lotta
partigiana è un pezzo di specchio abbandonato tra macerie e povertà, è un pugno di terra sterile e disperata, è la pesantezza di un sonno senza sogni inutile allo sfinimento del giorno, all’implacabilità della luce. La lotta partigiana è il faticoso balbettio che dura fatica a farsi parola, e pure è l’insistenza che a quel disordinato sillabare infine strappa lo sfogo di una frase, di un urlo, di una preghiera fradicia di pianto. La lotta partigiana, nelle indimenticabili pagine de Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, è una vertigine di nuda umanità, di scarnificato umanesimo, è il vis à vis di una persona con quel che resta di sé nel momento in cui l’oscenità della guerra, divenuta fratricida, non lascia scampo a incertezze. E ciò che del giovane Johnny rimane all’indomani del Proclama Badoglio, del crollo militare italiano e della feroce, spietata occupazione tedesca di territori che fino a quel momento le milizie di Hitler avevano ospitato, è il disegno incompiuto di un’esistenza rimasta priva di appigli, spogliata di senso, quasi prossima alla dissoluzione. L’evanescenza di un ragazzo che non abita più, ammesso che lo abbia fatto in precedenza, la divisa militare d’ordinanza, irrompe con forza sorprendente fin dalle primissime righe del romanzo – “Lo spettacolo dell’8 settembre locale, la resa di una caserma con dentro un intero reggimento davanti a due autoblindo tedesche not entirely manned, la deportazione in Germania in vagoni piombati avevano tutti convinto, familiari ed hangers-on, che Johnny non sarebbe mai tornato […]. Aleggiava da sempre intorno a Johnny una vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita… Johnny […] era irrotto in casa di primissima mattina, passando come una lurida ventata fra lo svenimento di sua madre e la scultorea stupefazione del padre” – che trascinano con sé il lettore nella tragica frattura della guerra civile presentandola sotto la duplice luce dello spaesamento linguistico e della spaventosa indigenza, di mezzi e soprattutto di idee, della lotta clandestina, abbracciata quasi senza sapere perché. Gli studi di Johnny, la sua profonda conoscenza della lingua inglese, ignota al mondo quasi esclusivamente contadino rifugiatosi in montagna (“nell’arcangelico cielo della resistenza”, scrive Fenoglio, descrivendo il sogno eroico di Johnny e dei suoi compagni, sogno mai concretizzatosi in realtà), sottolineano una lontananza, un fossato non colmabile tra i fratelli in armi, il cui (parallelo) controcanto politico si ritrova nella divisione, spesso assai aspra, tra le fazioni partigiane, orgogliosamente comuniste alcune, di impronta più liberale altre, di diverso orientamento altre ancora, affratellate certo dal comune nemico fascista ma mai abbastanza da sentirsi davvero, e da essere, fronte partigiano unico.
Le langhe, la sua geografia collinare che è riparo e salvezza dei partigiani e a più riprese spazio di conquista delle meglio organizzate e addestrate forze repubblichine coadiuvate dalla disumana efficienza dell’esercito del Terzo Reich, si squadernato nel romanzo come terra amata e violata, dimentica di sé per il troppo dolore patito e dove tuttavia testardamente rifiuta di arrendersi la sua anima più autentica, che respira nelle case contadine, e nelle stalle donate ai partigiani come rifugio per la notte e nella verità incontrastata e pura del dialetto, cui infallibilmente si ricorre per smascherare eventuali spie o infiltrati nelle disordinate file clandestine. Il sottile filo della lingua, dunque, conduce avanti il romanzo, che per il resto vive di pause, di noia, perché questa è la vita del partigiano, ore, giorni di inattività e il ghermire improvviso della morte tra l’immobilità del cielo, il silenzio delle città lontane e il fumo prezioso di una sigaretta. La lotta partigiana, i suoi uomini, la durezza impossibile (eppure sopportata, e superata, anche se a prezzo altissimo) delle sue condizioni, tanto precarie da essere quasi inimmaginabili, giungono al lettore con la massima vividezza, con una intensità senza pari grazie, è bene dirlo ancora una volta, a un linguaggio sempre nuovo, saldato nella verità intollerabile del sangue e malgrado ciò al limite dell’immaginifico, capace di moltiplicare spazi fisici ed emotivi e di restituire ogni ruga del reale, come la si vedesse attraverso una potentissima lente di ingrandimento.
Il partigiano Johnny, in una parola, è un romanzo splendido, sofferto, rivoluzionario (qualità tanto più importante, tanto più fondamentale considerato il suo argomento, ancora oggi ben lontano dall’essere patrimonio di una comunità, di un paese), un romanzo che non si può evitare di affrontare.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
Johnny stava osservando la sua città dalla finestra della villetta collinare che la sua famiglia s’era precipitata ad affittargli per imboscarlo dopo il suo imprevisto, insperato, rientro dalla lontana, tragica Roma fra le settemplici maglie tedesche.