Il tempo in cui si vive è un tempo cui si appartiene soltanto in parte. È potenzialmente un tempo
di testimonianza come un tempo d’azione, ma il più delle volte è semplicemente un tempo che scorre tra eventi che si dimenticano quasi nello stesso momento in cui si verificano, un tempo che scorre allo stesso modo in cui scorrono gli anni, destinati a perdersi nella dimenticanza. Chiedersi se esista un tempo che un qualsiasi uomo possa chiamare mio, nel quale si senta ancorato, può apparire ozioso perché in fondo il presente, un presente illusoriamente continuo eppure reale, conoscibile, un presente che si lascia esplorare dai sensi, indagare dalla ragione, penetrare dalle emozioni, è a ben guardare la sola misura possibile dell’esistere di ciascuno di noi – sappiamo di essere vivi perché ci possiamo confrontare con il mondo intorno a noi, perché lo abitiamo, e perché il mondo risponde alle nostre sollecitazioni – nonostante ciò un autentico possesso del tempo d’esistenza si lega alla storia, la illumina dall’interno. “Sono stato presente anno dopo anno, dando il cambio a me stesso. Non sempre in prima linea, in quanto, visto che di guerre ce n’erano in continuazione, quelli come noi si ritiravano volentieri nelle retrovie”, scrive Günter Grass, Premio Nobel per la Letteratura nel 1999, al principio della raccolta di racconti Il mio secolo (Einaudi, traduzione di Claudio Groff), pubblicato proprio in quell’anno. Nei cento racconti che compongono l’opera, uno per ogni anno del secolo, lo scrittore tedesco affronta, immedesimandocisi, facendosi in qualche modo sempre protagonista del suo narrare, le questioni più diverse anche se, com’è naturale aspettarsi e come di fatto succede, il cuore del suo lavoro è rappresentato dai capitoli dedicati alle due guerre mondiali, all’ascesa e caduta del nazionalsocialismo e alla difficile ripresa della Germania all’indomani della tragica dissoluzione dell’incubo hitleriano. Maschera multiforme e voce ogni volta differente ma sempre in equilibrio tra una lucidità spietata e grottesca, capace di cogliere, del reale, quel sottilissimo nonsense che sembra esserne tratto distintivo, e un disegno dei fatti che sembra prendere le mosse sempre “dal basso”, da una sorta di incolore “periferia” del vero per poi giungere all’acme, tragico il più delle volte, Grass racconta ogni anno, dai più densi ai più “incolori”, con straordinaria maestria. È il caso, per esempio, della Grande Berta, pezzo d’artiglieria utilizzato dall’esercito tedesco nel corso della Grande Guerra. Così Grass: “1910: Adesso voglio proprio raccontare perché i ragazzi qui, solo perché mi chiamo Berta e sono di figura grossa, mi hanno appioppato quella specie di soprannome. Allora abitavamo dentro la colonia, sì, insomma, nel villaggio operario […]. Chi è a cottimo dai Krupp deve arrivare in fretta al lavoro […]. Era il momento che colavano le canne dei cannoni […]. E allora hanno colato una roba che tutti avevan messo su la cresta, perché un affare così enorme non c’era ancora in tutto il mondo […]. Di per sé doveva essere un mortaio. Sono quelli con la canna mozza. Quarantadue centimetri di diametro esatti, si diceva […]. La chiamavano dappertutto la Grossa Berta. Anche dove nessuno mi conosceva. Erano stati i colatori dentro la nostra colonia che per primi l’hanno chiamata così, col mio nome, perché allora da noi ero la più grassa […]. Però non dev’essere servita a molto in guerra, la loro Grossa Berta. Se la son fatta addosso dal ridere, i francesi, quando il coso ha di nuovo sbagliato bersaglio”.
Con una preoccupazione che assume la forma sfuggente, umbratile dell’inquietudine, di una sensazione che si cerca in ogni modo di scacciare ma che non vuole saperne di svanire, Grass racconta il 1933, anno della presa del potere da parte di Hitler, incarnando pensieri e stati d’animo dei molti tedeschi non fagocitati dalla propaganda, non ammaliati dalle menzogne e dalla retorica naziste, non esaltati dall’esercizio sempre più sfrenato della violenza, angosciati sì da quel che stava accadendo ma ancora convinti che la Germania avesse in sé le forze per salvare se stessa, per resistere a quell’eruzione vulcanica di barbarie: “La notizia della nomina ci sorprese verso mezzogiorno, mentre stavo mangiando qualcosa nella galleria insieme a Bernd, il mio giovane collaboratore, e ascoltavo distrattamente la radio. Cioè, proprio sorpreso non ero: dopo le dimissioni di Schleicher tutto indicava Lui, solo Lui era ormai in questione, alla Sua Volontà di Potenza si era dovuto piegare anche il vecchio presidente. Cercai di reagire con una battura: – Adesso l’imbianchino ci renderà felici nelle vesti di pittore, – ma Bernd, al quale di solito la politica interessava, per dirla con lui, «meno di niente», si sentiva minacciato direttamente – Via! Dobbiamo andarcene! – esclamò”. Ma un secolo, come del resto il tempo tutto, vive in una sorta di circolarità, perché l’uomo non fa che ripetere i propri sbagli per poi regolarmente dimenticarsene; così, arrivati agli ultimi dieci anni del suo secolo, ecco Grass, anche se soltanto dalla distanza di sicurezza di uno schermo televisivo, affrontare una nuova guerra, la prima di quelle combattute in Iraq, presentandola in un dialogo serrato tra persone che, senza aver capito bene cosa stia succedendo, sono certe di averne compreso perfettamente il perché: “ – Però paragonare Saddam a Hitler si può, vero? Entrambi ridotti a un comune denominatore, e ognuno sa già dove sta il bene e dove il male. – Beh, era inteso più in senso metaforico, ma si sarebbe dovuto trattare, trattare molto più a lungo e fare pressione con l’embargo economico, come in Sudafrica, perché con la guerra… – Ma quale guerra? Lo show che la Cnn ha accuratamente organizzato con il Pentagono e che adesso il teleutente si beve sullo schermo sembra uno spettacolo di fuochi d’artificio, messo in scena apposta per il salotto. Bello pulito, niente morti. Lo si guarda come fosse fantascienza, sgranocchiando salatini”.
L’autore de Il tamburo di latta e Anestesia locale si ritrova intatto nei racconti de Il mio secolo, una lettura preziosa non solo per comprendere una stagione appena trascorsa, un ieri di cui ancora percepiamo l’eco ma per toccare con mano la sostanziale differenza che corre tra il tempo e un tempo che posso legittimamente chiamare mio. Come questi 100 anni di Günter Grass.