“Nell’agosto del 1945, quando le bombe atomiche vennero sganciate su Hiroshima e Nagasaki,
Rachel Carson aveva trentotto anni. Era una scienziata esperta, collaborava con alcune testate e aveva già pubblicato il suo primo libro sul mare, Under the Sea-Wind. La biologia marina non era solo il suo campo di specializzazione ma anche quello di elezione […]. Per esigenze economiche, tuttavia, nelle sue ricerche Carson si era occupata un po’ di tutto: topi, scoiattoli, embrioni di pesce, vipere, moscerini della frutta […]. Contrariamente a quello che si potrebbe credere, le bombe di Hiroshima e Nagasaki non furono l’apice dell’epoca nucleare. Ne furono semmai l’inizio, e il culmine in termini di catastrofe umana. Ma la smania delirante dell’epoca atomica si scatenò soprattutto dopo la fine della guerra […]. I test nucleari immisero nell’atmosfera una quantità ingente di elementi nuovi, isotopi e radionuclidi, alcuni dei quali prima non esistevano sul pianeta. Quel periodo sarà riconoscibile anche fra migliaia di anni negli strati di terreno – se ci sarà ancora qualche essere umano per analizzarli – come una discontinuità geologica (ed esistenziale). Per la prima volta, attraverso il fall-out radioattivo, ovvero l’insieme dei prodotti secondari di un’esplosione nucleare, la specie umana lasciava un’impronta indelebile del proprio passaggio. È importante contestualizzare Primavera silenziosa in quel preciso momento storico. Risulta infatti chiaro, leggendolo, che le intuizioni di Rachel Carson sul DDT, sugli altri insetticidi chimici e su ciò che stavano facendo al pianeta le furono possibili grazie all’esempio nefasto dei test atomici. Da una forma di contaminazione, quella radioattiva, Carson fu in grado di riconoscerne una diversa, altrettanto invisibile ma meno eclatante: quella chimica […]. La coincidenza fra la minaccia atomica e quella chimica è precisa anche sul piano temporale. Il 1945, l’anno delle bombe sul Giappone, è lo stesso anno in cui il DDT, che per noi è ormai sinonimo di veleno sterminatore, inizia a essere utilizzato massicciamente in agricoltura, festeggiato da ogni parte come il rimedio definitivo a tutte le preoccupazioni dei coltivatori […]. Immaginate, agricoltori, un mondo senza parassiti! Ecco quale fu la promessa del DDT […]. Qualsiasi critica veniva azzerata sul nascere, anche attraverso l’assorbimento degli scienziati da parte dell’industria chimica, che faceva montagne di soldi. Primavera silenziosa fu un sussulto di coscienza nel mezzo di questa Era dell’arroganza, nel mezzo della mancanza diffusa di ‘senso delle proporzioni’ […]. Primavera silenziosa rappresenta ancora oggi il testo fondamentale di ogni educazione ambientalista. Di più: di ogni educazione scientifica”. La bella, appassionata introduzione di Paolo Giordano a Primavera silenziosa di Rachel Carson (Feltrinelli, traduzione di Carlo Alberto Gastecchi) è molto più di un semplice invito alla lettura di un testo che resta fondamentale anche nel nostro tempo (soprattutto perché ciò di cui parla, l’avvelenamento chimico dell’ambiente attraverso l’uso indiscriminato di soluzioni di cui il famigerato DDT non rappresenta che la punta dell’iceberg, e le terrificanti conseguenze a lungo termine che ha comportato), è compiuta espressione del significato di un obbligo etico perché scientifico e scientifico perché etico: tracciare gli invalicabili limiti di un sapere che per essere autenticamente umano deve rifiutare, rifiutare alla radice, ogni possibile deriva disumana, o meglio antiumana.
Nel 1939 Paul Hermann Müller, eminente chimico svizzero, scopre la notevole efficacia insetticida del DDT e ne sottolinea l’importante ruolo nella lotta contro la malaria; nove anni dopo verrà insignito del premio Nobel per la medicina. Ma che succede in questo torno di tempo? Esattamente ciò che racconta Paolo Giordano e che Rachel Carson dettaglia nel suo preziosissimo saggio con rigore, precisione e una messe di prove inconfutabili: gli insetticidi chimici, rivoluzione copernicana nella lotta contro i parassiti in agricoltura, irrompono nella vita quotidiana di milioni di persone (in America ma non soltanto) presentandosi come la soluzione definitiva (e del tutto sicura) nella lotta contro gli animali infestanti. Ma è davvero così che stanno le cose? Davvero l’utilizzo sempre più massiccio e indiscriminato di DDT e di altri composti molto più letali, come l’aldrina, la dieldrina, l’endrina (tutti appartenenti alla famiglia degli idrocarburi clorurati, come viene ben spiegato all’inizio del libro), o come il malathion e il parathion (che invece sono insetticidi organici a base di fosforo), di cui la Carson si occupa a fondo, assicurano benefici e nessun rischio? Sfortunatamente la verità sta esattamente all’opposto di questa tesi, che la biologa e zoologa statunitense confuta a più riprese e con argomentazioni che non lasciano possibilità di appello. La guerra chimica ai parassiti, sostiene Carson, non è né più né meno che un’insensata guerra alla vita, paragonabile per l’appunto a una catastrofe nucleare, perché il potere letale degli insetticidi, che campagne politiche guidate da interessi industriali e da esclusive ragioni di profitto in special modo negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso avevano imposto come metodo unico di risoluzione dei problemi agricoli, lungi dall’essere mirato, è universale. E il circolo vizioso che crea è una spirale che non smette di crescere. È ancora Paolo Giordano a riassumere quanto Rachel Carson espone in dettaglio nei diciassette capitoli del libro: “[…] 1) il ricorso alle monocolture intensive ha creato le condizioni favorevoli alla proliferazione di insetti che prima esistevano, ma non costituivano un problema essenziale; 2) gli agricoltori, minacciati dall’aumento di insetti e avendo a disposizione dei nuovi agenti chimici di straordinaria potenza per eliminarli, hanno deciso di impiegare gli insetticidi senza criterio o misura (non solo in singoli agricoltori, a dire il vero: molti programmi di disinfestazione erano portati avanti a livello statale); 3) gli agenti chimici avevano però effetti collaterali seri, erano veleni. Hanno contaminato il suolo, l’acqua, la vegetazione, tutto, uccidendo altre specie; 4) inaspettatamente, al contrario degli altri animali che hanno tempi evolutivi più lunghi, gli insetti hanno sviluppato in fretta delle forme di resistenza agli insetticidi, spingendo l’industria a produrne di ancora più micidiali e gli agricoltori a utilizzarli più copiosamente, in un’escalation di morte all’apparenza inarrestabile”.
La Primavera silenziosa che disegna Rachel Carson è quella di una natura uccisa, di uccelli che non rallegrano più giardini e boschi perché sterminati da prodotti chimici pensati per altro scopo ma inefficaci o quasi quanto al loro specifico utilizzo e in tragico compenso efficientissimi nello sterminio di ogni altra forma di vita; sterminio diretto e indiretto, perché gli animali uccisi in prima istanza dalla scienza antiumana, dalla scienza asservita all’interesse, diventano cibo di altri animali, diffondendo così la morte, e lo stesso fanno il suolo, irrorato in abbondanza, e le acque, e l’aria, dove ad agire è il vento, che disperde ovunque i veleni sparsi dall’uomo. Il silenzio della primavera, dunque, si fa pagina dopo pagina sempre più profondo, sempre più netto, diventando un generale silenzio di morte. Ma Rachel Carson, in ogni pagina del libro, resta una scienziata, una scienziata etica, e parallelamente alla descrizione di una situazione gravissima non dimentica le soluzioni possibili, già adottate anche se ancora troppo sporadicamente, enumerandole, difendendole, promuovendole grazie all’illustrazione degli ottimi risultati ottenuti e indicandole come strada da percorrere non solo per dovere morale ma più ancora per trasparente, inattaccabile serietà scientifica.
Se ancora non l’avete fatto vi invito a leggere Primavera silenziosa. Ci sono libri che, per fortuna di tutti, non muoiono. E non sono solo i classici.
Eccovi l’incipit. Buona lettura
In una lettera del gennaio 1958, Olga Owens Huckins mi parlava della sua amara esperienza “di un piccolo mondo ormai privo di vita”, e riportava di colpo la mia attenzione su un problema che già da tempo mi ero posta. E decisi allora che dovevo scrivere questo libro.