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I mutevoli profili del ricordo

recensione - mariateresa-di-lascia-passaggio-in-ombraLa memoria è voce di un’esistenza, di un intero fascio di esistenze; è il sussulto d’animo e di cuore

che irrompe a sconvolgere ogni cosa nel momento in cui la determinazione ad agire attraverso la parola o il gesto gela sulla soglia della coscienza e lì si rompe in un flusso di pensieri, desideri, rimpianti; la memoria è la tavolozza di colori con la quale si dipinge ciò che è stato imbellettando la testimonianza fino al punto da mutarla in qualcosa di prossimo alla fantasia, precipitandola nell’assenza di confini del sogno, dove la realtà è indistinguibile dal suo impossibile superamento. La memoria, necessaria e superflua a un tempo, indispensabile come il respiro, come il fiato che si fa parola, e come la parola supina a ogni forma di perversione, di tradimento, è il filo conduttore del dolente e superbo Passaggio in ombra (Feltrinelli), piccolo capolavoro letterario di Mariateresa Di Lascia (è più che meritato premio Strega 1995, un anno dopo la prematura scomparsa dell’autrice). Di questa memoria è madre, anzi levatrice (non a caso il lavoro esercitato dalla mamma della protagonista) e naturalmente voce narrante Chiara D’Auria, che al principio del libro il lettore trova ormai anziana, vinta, prossima alla fine e della quale si accinge ad ascoltare gli accadimenti che ne hanno attraversato gli anni, a cominciare dal suo concepimento, dall’amore oscuro, puro e tuttavia confuso che aveva legato i suoi genitori prima che la guerra (il secondo conflitto mondiale) giungesse a separare queste due figure immensamente amate (per quanto in modo assai diverso), per proseguire con i primi anni della fanciullezza, vissuti in una sorta di curiosa magia, nell’intrico di un folle arazzo tessuto da affetti tanto forti da tracimare in lucida follia – la lucida follia della zia di Chiara, o meglio della prozia, sorella del nonno paterno, Peppina Curatore, convinta che alla bambina debba spettare, per una sorta di inviolabile decreto derivante dalla sua grazia, dalla bellezza, dall’intelligenza di quella creatura assolutamente perfetta, un destino regale, e di conseguenza del tutto incapace di non solo di accettarne sbagli e fallimenti ma perfino di vederli, di concepirne la possibilità –  e nel medesimo tempo nell’incessante rivolgersi dei rapporti tra gli adulti (mamma Anita e papà Francesco per primi, e con loro la zia Giuppina, il nonno paterno Tripoli, il fedele amico di Anita, forse il suo unico amico sincero, Sciarmano…), mai stabili, mai in equilibrio tra loro, sempre sul punto di deflagrare nel dramma.

Chiara cresce, e il trascorrere dei suoi anni riverbera nelle riflessioni che aprono i capitoli in cui la narrazione è divisa; le sue ipotesi sul senso dei ricordi offrono una chiave interpretativa degli avvenimenti ma nessuna risposta che possa considerarsi definitiva, nessuna spiegazione che abbia il potere di soddisfare, che sia in grado di saziare; la scrittura di Mariateresa Di Lascia, sommessa e potente, evocativa e ricchissima nelle immagini, suggestiva e di commovente autenticità quando si sforza di restituire l’irriducibile complessità dei sentimenti (e del più impenetrabile tra essi, l’amore) ha il raro pregio dell’onestà, sa arrendersi ai propri limiti, arrestarsi alle soglie dell’indicibile (perché ogni parola si affaccia su ciò che non ha la capacità, la forza di dire) e proprio per questa ragione riesce lussureggiante, specie del disegno di un angolo d’Italia in qualche misura condannato a un difetto di crescita, a un’eternità di immaturo splendore che ne è insieme il tratto distintivo e la maledizione e che in più di un tratto richiama la prosa di selvaggio splendore di autori del calibro Elsa Morante (specie, a giudizio di chi scrive, di alcune pagine de L’isola di Arturo) e Fancesco Jovine (Le terre del sacramento). Finché anche il continuo presente nel quale galleggia il paese addormentato e la fittissima rete di amorosa devozione pazientemente tessuta da Peppina Curatore giorno dopo giorno, ora dopo ora, si lacerano, fatti a pezzi dal terribile incedere di una passione di cui non ci si credeva capaci e che pure erompe, d’improvviso, con violenza inarrestabile. Ma anche per l’irreparabile, forse, è troppo tardi, per quell’angolo d’Italia e per coloro che lo abitano, prigionieri forse senza saperlo, di un incantesimo vecchio quanto il tempo stesso. E come il tempo, inafferrabile.

Passaggio in ombra non è solo un libro bellissimo, una lettura trascinante, è uno scrigno prezioso d’eleganza e verità. È un’opera che merita di essere letta.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Nella casa dove sono rimasta, dopo che tutti se ne sono andati e finalmente si è fatto silenzio, mi trascino pigra e impolverata con i miei vecchi vestiti addosso, e le scatole arrampicate sui muri scoppiano di pezze prese nei mercatini sudati del venerdì.

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