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Mani vuote fuori dall’acqua

recensione-william-faulkner-mentre-morivoLa fine di tutto è il principio. La morte offre uno spazio a chi è rimasto vivo e tutto sembra

cominciare proprio nel momento in cui un’esistenza termina. Una madre muore e la sua famiglia si racconta, e la racconta. Ciascun componente narra se stesso, e quel se stesso altro non è che il proprio modo di vedere ciò che succede, o meglio ciò che è accaduto; la morte di una donna, di una madre, di una moglie, di un’amica, e il proprio ruolo in quella che è stata la sua vita. Cinque figli, un marito, intorno a loro la terra che nutre tutti e la povertà che è ovunque, contro la quale la lotta è inevitabile ed eterna. Tutto questo è Mentre morivo (Adelphi, volume a cura di Mario Materassi), capolavoro di William Faulkner, premio Nobel per la Letteratura nel 1950. Romanzo a struttura labirintica, nel quale le diverse voci che lo compongono, rincorrendosi le une alle altre in una sorta di eco moltiplicata, lasciano il lettore inizialmente confuso, smarrito, guidandolo poi, passo dopo passo, all’interno della vicenda e infine al suo cuore, questo lavoro dello scrittore americano splende per potenza espressiva, tensione drammatica, per la dolente perfezione di ciò che descrive, uomini e cose soffocati da una miseria che gli si impiglia addosso come polvere, e alla quale reagiscono opponendo di volta in volta la testardaggine del lavoro, l’imprevedibilità della pazzia, le trappole dell’amore, la patetica sterilità dell’autocommiserazione, la rabbiosa difesa della dignità calpestata: “Quando arrivo in cima ha smesso di segare. In mezzo a una distesa di trucioli, sta facendo combaciare due tavoli. Fra una chiazza d’ombra e l’altra sono gialle come oro, come oro morbido, e sulla superficie portano in lisce ondulazioni i segni della lama dell’ascia: è un bravo falegname, Cash. Tiene le due assi sul treppiede a combaciare di taglio e formare un quarto della cassa finita. Si mette in ginocchio e allinea l’occhio al filo delle assi, poi le mette giù e prende l’ascia. Un bravo falegname. Addie Bundren non potrebbe desiderarne una migliore, di casse, migliore per giacervi dentro. Le darà fiducia e le sarà di conforto”. È una promessa a legare il destino della famiglia Bundren, di mamma Addie ormai scomparsa, destinata alla bara e al cimitero, di papà Anse, ridotto a non avere più un dente in bocca dopo una vita di lavoro e capace quasi soltanto di dirsi sfortunato, così tanto da non riuscire a immaginare qualcuno più sfortunato di lui, dei figli Vardaman, Cash, Darl, Jewel e Dewey Dell, la promessa di seppellire Addie a Jefferson, la città che l’aveva vista nascere. Ma si tratta di una promessa che è arduo adempiere; i Bundren non hanno praticamente mezzi, tutto ciò che riescono a mettere assieme è un carretto sul quale la bara sta a malapena in equilibrio e come se ciò non bastasse sta per scatenarsi un’alluvione e il rischio è che loro vengano colti dal maltempo in pieno viaggio: “Accidenti a quella strada. E ha voglia di piovere, oltre tutto. La vedo da qui come ce l’avessi davanti agli occhi, che gli scende dietro come un muro, scende fra loro e la parola che ho dato. Io faccio quello che posso, col po’ di testa che ho alle cose, ma accidenti a quei ragazzi […]. E ora mi tocca anche pagarlo, io che non ho un dente in bocca, che speravo di fare quanto bastava per rimettermi la bocca a posto visto che non posso neanche mangiare il cibo del Signore come si dovrebbe, e lei fino a quel giorno sana come un pesce, che non c’è mai stata al mondo donna più sana […]. E ora vedo come ce l’avessi davanti la pioggia che ci scende in mezzo, che viene per quella strada neanche fosse qualcuno, maledetta, come se su tutta la terra volesse proprio di questa, di casa, per pioverci sopra”.

Come il suono della sega che tagliava il legno necessario alla bara ha scandito l’ultimo tempo di vita di Addie Bundren, segnandone ogni faticoso respiro, ogni rantolo, così l’ombra degli avvoltoi, attirati dal corpo in decomposizione della donna, segna l’epopea del viaggio verso Jefferson, un viaggio d’incubo, straziato dall’acqua che copre ogni cosa, dai ponti sul fiume crollati uno dopo l’altro a causa della pioggia incessante; un guado tentato si risolve in una catastrofe ma in qualche modo l’avvicinamento alla meta prosegue, anche se gli occhi del più piccolo della famiglia, Vardaman, non potranno mai dimenticare ciò che, nel momento più drammatico, sono stati costretti a vedere: “Cash tentava ma lei è cascata di fuori e Darl è saltato finendo sotto e Cash che urlava di prenderla e io che urlavo e correvo e urlavo e Dewey Dell che mi urlava Vardaman ehi vardaman ehi vardaman e Vernon mi è passato oltre perché la vedeva venir su e lei si è ributtata in acqua e Darl ancora non l’aveva presa […]. Poi lui esce dall’acqua. Esce su lento parecchio prima delle mani ma deve averla deve averla se no come faccio a sopportarlo. Poi le sue mani vengono su e tutto quanto lui fuori dell’acqua. Non riesco a  smettere. Non ho il tempo di provarmici. Ci proverò quando posso ma le sue mani sono venute fuori dell’acqua vuote vuotando l’acqua vuotandola”. Finché il viaggio non ha termine, la mamma può essere finalmente sepolta e in qualche modo tutti i membri della famiglia tentare di far tacere i propri fantasmi, quasi che Jefferson possa rivelarsi un nuovo inizio, una seconda possibilità, quasi che sia possibile almeno l’illusione di cominciare un’altra vita dimenticandosi della precedente. Quasi che la morte, una sola morte, lasci in eredità uno spazio abitabile, abitabile da uomini e donne nuove. Ci si può permettere un sogno? Forse sì; l’inondazione e la pioggia, in fondo, sono già un ricordo.

Romanzo di non comune bellezza, impreziosito da una qualità di scrittura che lascia senza fiato Mentre morivo è una lettura da non perdere. Queste pagine, impossibili da lasciare una volta cominciate, non vi abbandoneranno più.

Eccovi l’incipit. Buona lettura.

Jewel e io veniamo su dal campo per il sentiero, uno dietro l’altro.

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