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Complesso ma non difficile




recensione - daniel martin - john fowlesUn cerchio imperfetto, nel quale apertura e chiusura, partenza e arrivo, non coincidono. Non di



molto, o forse con macroscopica, eccessiva evidenza, tanto scoperta da recar quasi fastidio, da creare qualcosa di prossimo al turbamento. A conti fatti le oltre 900 pagine di Daniel Martin di John Fowles (Mondadori, traduzione di Ettore Capriolo) si potrebbero riassumere in queste poche parole, un po’ criptiche forse, o per dir meglio insufficienti, per chiunque non sappia nulla della trama, e tuttavia puntuali se si guarda al significato, al senso degli eventi (e naturalmente dei protagonisti) che sono l’ossatura dell’opera. “Libro complesso (ma non ‘difficile’) scrive Masolino d’Amico nella postfazione al romanzo, lo fa però nel momento in cui si chiede – ponendo la domanda anche al lettore giunto alla fine di questo lungo viaggio – “Di che cosa parla Daniel Martin?. E ancora: “È possibile comprimere la trama in cinque righe, come il suo protagonista dice che si dovrebbe riuscire a fare per qualunque storia?”. Ed ecco quel che risponde a se stesso, la possibile spiegazione che offre al lettore e la replica che destina tanto a Fowles quanto al suo personaggio/alter ego. “Un sunto telegrafico potrebbe essere di questo tipo: ‘Autore inglese – ex commediografo di qualche talento, ora ben pagato sceneggiatore a Hollywood – alla soglia dei cinquant’anni si trova confrontato dal proprio passato, e implicitamente dal proprio futuro. Esorcizza entrambi riattizzando un antico amore per la cognata, nel frattempo diventata disponibile’. Sì, certo. Ma è un po’ poco. Se, usciti dal labirinto di un libro […] come questo, desideriamo, a titolo di promemoria personale o come mappa a beneficio di viaggiatori futuri, conservare una traccia del percorso compiuto, potremmo allargare la sinossi. Aggiungeremo dunque che l’occasione per il rientro in patria del nostro commediografo-sceneggiatore è la convocazione al capezzale di un amico morente, con quale da molti anni erano cessati i contatti. In una appropriata serie di flashes back, alternando la prima persona con la terza, Daniel ci parla del rapporto del rapporto con costui, Anthony, già suo compagno di studi ad Oxford, poi rimasto in quella culla di sapere come professore di filosofia; Daniel e Anthony sposarono due sorelle, ma in Daniel rimase il dubbio di avere scelto quella sbagliata, dubbio probabilmente originato dal ‘capriccio’ con cui Jane, la promessa di Anthony, volle prima delle nozze cavarsi il gusto di andare, una sola volta, a letto con lui […]. Il colloquio con Anthony, morente di cancro, non è esplicito, ma fra le righe il senso è chiaro: Anthony vuole affidargli Jane, di cui ha da tempo intuito il segreto amore per Daniel”.

Le commedie prima, il cinema in seguito, la ricostruzione insistita ma in qualche misura sempre frammentaria del passato, il passaggio dalla prima alla terza persona: sono molti i mascheramenti che l’autore de La donna del tenente francese utilizza per raccontare una storia la cui pietra angolare è il segreto e con esso tutto ciò cui si ricorre per mantenerlo (e assieme, naturalmente, l’inevitabilità del suo disvelamento, che però in queste pagine non assume i contorni della scoperta terribile destinata a portare scompiglio, a sparigliare le carte, per essere invece trattato, quasi in forma di – amara – commedia, come una sorta di destino comune, di eredità, o maledizione, condivisa che allo stesso tempo separa e affratella). Fowles apre e chiude di continuo porte, permette che si gettino sguardi, offre una molteplicità di punti di vista, lascia che le spiegazioni, le scene dialogate, i chiarimenti, i confronti, le battaglie tra idee opposte, inconciliabili visioni del mondo, convinzioni tanto radicate quanto distanti le une dalle altre, si prendano tutto lo spazio che la loro importanza reclama e dedica ad esse, e alle molteplici forme nelle quali si presentano, un più che abbondante numero di pagine, ma da tutto quel parlare, da tutto quel dire, non emerge mai qualcosa di nitido, non si giunge mai, se non nelle ultime pagine, a una verità. E anche la conclusione del romanzo, più che a qualcosa di autentico fa pensare a una specie di rivincita (nei confronti del destino? Verso un proprio errore, grave ma per fortuna non irrevocabile?) ottenuta per testardaggine, per una perseveranza che ha i tratti dell’ossessione (non esattamente per merito, dunque). Ma proprio qui riposano bellezza e forza del romanzo, nel suo torcersi stilistico e narrativo (i linguaggi del palcoscenico e della pellicola, la finzione che è loro intrinseca, di più che li caratterizza; la loro pretesa di essere credute vere dagli spettatori, dal pubblico per poter credibilmente esistere, per avere una ragion d’essere, per funzionare, per sprigionare tutto il loro meraviglioso potenziale creativo) al servizio di qualcosa a un tempo onnipresente e sfuggente, la cui natura è ombra e la cui essenza silenzio.

Eccovi l’incipit. Buona lettura. Approfitto per scusarmi con lettori del blog (che so non essere molti ma la scarsità di pubblico, per quanto intristisca, non è una buona ragione per far finta di nulla) della povertà di aggiornamenti. Sto attraversando un periodo denso di impegni ma non intendo abbandonare questo spazio, che esiste dal 2012 e porto avanti da solo. Mi affido alla vostra indulgenza e alla vostra pazienza. Grazie, di nuovo buona lettura.

Campo totale; ovvero tutto il resto è desolazione.

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