Da una parte le condizioni di possibilità, di tutta evidenza le migliori possibili: una comunità scientifica di
prim’ordine, e al suo interno il fisico più importante al mondo (con l’eccezione forse del danese Niels Bohr), Werner Heisemberg, insignito nel 1932 del premio Nobel per la Fisica, laboratori all’avanguardia, disponibilità di tutto il materiale necessario alla ricerca – la ricerca che allora, nel periodo che va dagli Anni Venti del Novecento al termine del secondo conflitto mondiale, concluso proprio grazie alla tragedie nucleari di Hiroshima e Nagasaki, era al centro dell’attenzione del mondo intero – vivo interesse delle gerarchie militari, dapprima suggestionate, affascinante dall’idea di poter produrre una wunderwaffe, un’arma o meglio ancora più armi “miracolose”, cioè talmente nuove e potenti da assicurare la capitolazione immediata di qualunque avversario (e le bombe atomiche americane sganciate sulle due città giapponesi si rivelarono proprio questo, devastanti wunderwaffen) e in seguito, con il mutare delle sorti della guerra e il susseguirsi di sconfitte delle armate hitleriane, disperatamente bisognose di questa via d’uscita, la sola in grado di salvare il Reich inesorabilmente avviato verso la resa, e non ultimo impianti industriali che non avevano eguali nel resto d’Europa. Da una parte, dunque, tutto questo. E dall’altra? Dall’altra il totale fallimento nella realizzazione della bomba, alla quale i tedeschi non si avvicinarono nemmeno negli stessi anni che occorsero agli americani (al gruppo di scienziati, alcuni dei quali tedeschi fuggiti dalla Germania nazionalsocialista, coinvolti nel Progetto Manhattan diretto dl Robert J. Oppenheimer) per ottenerla e utilizzarla. Perché i tedeschi non ebbero la bomba? Perché non arrivarono alla wunderwaffe? In questa domanda, e in tutto ciò che implica, si addentra lo splendido, documentatissimo saggio di Thomas Powers intitolato La Guerra di Heisemberg (Fuoriscena, traduzione di Paola Frezza) partendo da quella che è l’ipotesi accettata, passata per così dire agli atti della storia: Heisemberg, in tutte le occasioni in cui venne interpellato in merito (e ce ne fu una in particolare, che lo vide faccia faccia con il Ministro per gli Armamenti Albert Speer, da poco promosso a quell’incarico), sbagliò le stime, fece male i calcoli, stabilì come necessaria, anzi indispensabile, una quantità eccessiva di uranio e dilatò i tempi di lavoro.
Alla luce di questo primo scenario (uno scenario a tutti gli effetti introduttivo dell’opera, la cui analisi procede per oltre 700 pagine, considerando anche il ricchissimo apparato di note, d’indispensabile lettura a modesto parere di chi scrive) il lavoro di Powers allarga lo sguardo alle vite private e professionali dei numerosissimi protagonisti di questa vicenda, tanto appassionante quanto oscura e destabilizzante: i già citati Heisemberg, Bohr e Oppenheimer, le rispettive famiglie ma oltre a loro i numerosi amici scienziati di Heisemberg e dello stesso Bohr, quell’internazionale “congresso di menti scientifiche” legate tra loro da sinceri legami d’amicizia e trasparente stima professionale che la guerra voluta da Hitler spezzò (in molti casi irrimediabilmente), poi le figure militari implicate in un sottilissimo e pericolosissimo gioco di spionaggio finalizzato a scoprire quale potenza stesse facendo cosa relativamente alla bomba, nella convinzione, da una parte, che la deterrenza generata dalla paura di quell’arma devastatrice (alla quale dunque bisognava arrivare a ogni costo) avrebbe finito per trattenere tutti dall’usarla e dall’altra nella persuasione che giungere per primi al traguardo e riversare sul nemico quell’immane potenza distruttrice avrebbe in un colpo solo posto fine alla guerra e stabilito una chiara egemonia dal punto di vista militare. Powers racconta con fluido stile romanzesco, ogni suo personaggio è disegnato vividamente, palpita sulla pagina, freme dell’ansia drammatica di quel tempo (non così lontano) e ogni suo dilemma morale (perché non v’è chi non l’abbia avuto) è una scomoda ma ineludibile riflessione che egli offre al lettore. Quanta ragione aveva Bohr, convinto per lungo tempo che la bomba non si potesse realizzare, di dirsi preoccupato, una volta compresa la sua concreta fattibilità, di una corsa agli armamenti che avrebbe condotto il mondo intero a vivere per sempre sull’orlo di un abisso? Moltissima viene da dire, considerando le cose come stanno oggi. E come giudicare la sua idea di un consesso universale di scienziati che decidesse unanimemente di mettere al bando ogni ricerca atomica in considerazione della sua letalità? E ancora, a chi è giusto che vada la lealtà di uno scienziato e di un uomo e di un cittadino? Al proprio Paese? Alla scienza? Heisemberg, che non fu mai nazista né in alcun modo organico o connivente con nessun apparato di potere nazionalsocialista, pagò un prezzo altissimo per il suo rifiuto di lasciare la Germania. Oppenheimer, che arrivò a definire se stesso “distruttore di mondi”, lavorò alla bomba con convinzione, certo di essere se non nel giusto, “dalla parte giusta”, e ci fu chi non riuscì a perdonarsi per il proprio impegno e i propri studi, che hanno finito per portare il mondo intero fino alla sterile terra dell’annientamento della vita.
La guerra di Heisemberg non è soltanto un lavoro di grande spessore è, per moltissimi aspetti, un libro necessario; oggi più di ieri. Leggetelo. non lo dimenticherete.