“Céline ama Londra. Ama la città, la lingua inglese, gli abitanti, il porto e i dock, i quartieri popolari
come le sponde del Tamigi e i musei. Questa predilezione è radicata nell’esperienza personale. Quando, nella primavera del 1915, arriva nella capitale britannica dopo essere stato riformato a causa di una grave ferita, Louis Destouches vive senza ombra di dubbio una specie di rinascita. Anzitutto sfugge all’inferno della guerra che infuria in Francia. Poi si libera dal peso della tutela parentale. Infine, frequentando un ambiente particolare, quello de prosseneti francesi di Soho e dei locali per prostitute e marinai, entra in contatto con un altro mondo, una controsocietà dove i valori della piccola borghesia non sono più validi, dove il senso stesso delle parole è rovesciato. Non sappiamo ancora molto su quel soggiorno di alcuni mesi e sulla natura precisa dei rapporti tra Louis Destouches e la ‘mala’. All’epoca il giovane lavora all’ufficio passaporti del consolato francese, in Bedford Square. Lì conosce Georges Geoffroy, con il quale rimane in contatto anche in seguito, ma a intermittenza. I due giovani francesi non si limitavano certo ai compiti amministrativi a loro affidati e sappiamo che frequentavano assiduamente i teatri di varietà e altri luoghi di piacere. Sappiamo anche che conoscevano i prosseneti francesi di Londra […]. In seguito, negli anni Venti, Céline conosce Joseph Garcin, direttamente legato al giro dei protettori francesi di Londra, con il quale aveva una certa dimestichezza; è probabile che il Cantaloup di Londra […] gli sia debitore di certe caratteristiche […]. Al centro […] ci sono anche alcune donne… Il lettore di Guerra aveva già fatto conoscenza con Angèle; in Londra scoprirà che ha una sorella di nome Sophie […]. Dal punto di vista narrativo Londra si riallaccia direttamente a Guerra, nel quale, secondo logica, dovrebbe figurare una ‘cerniera’ con la fine di ‘Infance’, cioè di Morte a credito. Senonché le prime pagine di Guerra sono andate perse […]. Quando è stato composto il manoscritto? Con Céline, lo sappiamo, rari sono gli elementi che permettono di datare con precisione i manoscritti di lavorazione. Londra non fa eccezione, ma un insieme di indizi concordanti permette di accettare l’ipotesi di una redazione posteriore a Viaggio al termine della notte, e pù precisamente intorno al 1934”. La bussola temporale e contenutistica (per quanto per accenni) fornita da Régis Tettamanzi al termine di Londra (Adelphi, traduzione di Ottavio Fatica) consente un momento di riflessione su questo nuovo capolavoro letterario di Louis-Ferdinand Céline, una necessaria parentesi di riposo alla conclusione di una lettura travolgente, che lascia senza fiato. Céline, al centro di un teatro dell’assurdo dove ogni realtà, finanche la più concreta, la più dolorosa, la più terribile (come la povera morte di un bambino, la cui madre manca in pari tempo dei mezzi e della volontà necessari a salvarlo, o come le scintille d’umana pietà che spingono l’autore allo studio ed alla professione medica) ha i contorni distorti del sogno, o meglio dell’incubo, è insieme burattinaio e burattino, voce narrante e personaggio, lucida intelligenza che comprende i fatti, gli accadimenti (tutti gettati in un caos che è dell’uomo, che all’uomo è connaturato) e naufrago tra i tanti alla disperata ricerca di uno scampolo di salvezza personale: “Insomma, avevo la mia banda davanti a me. Era triste. Ribadivo tutti i miei argomenti. Se avessi contato le mosche sarebbe stato uguale. Non c’erano né amor proprio né madonne che tenessero… sprofondati nella merda pensavano soltanto alla goduria […]. Gliel’ho detto. Più eravamo nelle peste e avremmo dovuto perdere ogni speranza, più facevano i cazzoni”.
Leggere Céline, per quanto possa essere inaspettato (e Guerra e Londra e tutto ciò che ancora verrà pubblicato sono doni inaspettati e infinitamente preziosi) è tuttavia sempre un ritrovare Céline, è ascoltare il ritorno del tema cardine di tutti i suoi lavori: la nostra impossibile autenticità. Gli uomini mentono troppo, ripete senza sosta Céline, per questo non si riesce ad amarli per quanti sforzi si facciano. E l’amore per gli altri, l’amore per il mondo, è tutto nel medico Destouches, nel dottor Destouches che vorrebbe guarire ogni male, estirpare ogni sofferenza, ma che è destinato, come tutti, alla sconfitta, perché la natura, la natura malata dell’uomo, dell’umanità, è un ostacolo insormontabile. E lo è dal momento che la menzogna cui si riferisce non è quella che ciascuno dice all’altro ma quella con cui tutti noi celiamo la realtà della nostra vita a noi stessi, raccontandoci le fandonie che trasformano il mondo in un circo pazzo dove tutto è sottosopra, dove perfino “il senso delle parole è rovesciato”. Così, la piccola società dei protettori di prostitute all’interno della quale Céline ambienta Londra non è altro, ancora una volta, che uno specchio nel quale non dobbiamo fare altro che guardarci. E accettare il fatto che siamo abitati da voci “[…] una specie di presenze, diciamo, che aspettano soltanto che smettiamo di mentire”.
Eccovi l’incipit. Buona lettura.
All’inizio appena sbarcati a Londra non la vedevo quasi mai l’Angèle.