“Non c’è mai stata una perfetta concordanza tra gli avvenimenti vissuti da Céline e la loro
rievocazione nei romanzi. Non ha forse raccontato l’Africa e gli Stati Uniti in Viaggio al termine della notte, pubblicato nel 1932, prima dell’infanzia in passage de Choiseul e del primo soggiorno in Inghilterra, che compaiono soltanto nel 1936 in Morte a credito? E Berlino in Nord dopo aver evocato Sigmaringen in Da un castello all’altro? E il soggiorno a Londra in Guignol’s Band molti anni dopo averci vissuto? Qualcuno osserverà che gli avvenimenti raccontati in Guerra avrebbero trovato posto in Viaggio al termine della notte, il che è cronologicamente esatto […]. La ricomparsa di questo testo e di altri manoscritti inediti, tutti rubati dall’appartamento di Céline all’epoca della liberazione di Parigi, ha fatto scorrere fiumi d’inchiostro. Sono stati restituiti agli eredi di Lucette Almansor, vedova e unica erede di Céline, a cui appartenevano […]. A questo sarà bene aggiungere che, dal fondo della prigione danese, Céline si era lamentato di essere stato derubato di diversi manoscritti il cui elenco corrisponde proprio a quelli che adesso sono in mano agli eredi […]. Per quanto riguarda Guerra, il manoscritto rivela una scrittura velocissima, chiaramente di prima stesura, dove molte parole sono state decifrate con difficoltà e alcune, per fortuna piuttosto di rado, sono rimaste illeggibili. Il manoscritto di Viaggio al termine della notte, venduto all’Hotel Drouot il 15 maggio 2001 e acquisito per prelazione dalla Bibliothèque nationale de France, è molto più leggibile e accurato di quello di Guerra. Ma era l’ultimo stadio del libro, trascritto da Céline stesso per la segretaria di allora, Jeanne Carayon, incaricata di battere a macchina la copia destinata alle case editrici”. Così in premessa all’edizione italiana di Guerra (Adelphi, traduzione di Ottavio Fatica) François Gibaut introduce i lettori al Céline ritrovato, a questo suo lavoro fatto di scrittura furiosa, allucinata, delirante; le pagine di Guerra rimandano a un corpo inselvatichito, ribelle, in preda alla febbre, alle “smanie”, impossibile da controllare, domare, ridurre alla ragione, riportare alla normalità. Nella essenzialità, nella terrificante univocità del titolo – guerra, la guerra – in ciò che porta con sé – la morte, la distruzione, l’assenza di ogni possibile speranza, e ancor più questo tutta l’assurda retorica del mondo alla rovescia che paluda l’odiosità del combattere e che è la manifestazione forse più scandalosa e insopportabile della disumanità, della inumanità degli uomini, quella che esalta la nobiltà del coraggio, l’eroismo del sacrificio, lo sprezzo della fine, come se l’uomo avesse altro oltre alla propria vita, come se fosse altro dai propri anni, che chiede solo di poter vivere, e che del resto mai mancano d’affanni e di certo non sono un giardino di delizie, piuttosto una via della croce orfana di qualsivoglia santità - c’è tutta la ribellione letteraria del grande scrittore francese, il suo no urlato al massacro delle trincee, il suo volgere al grottesco, al deforme, all’innominabile (che in Céline trova voce nell’invenzione linguistica, nella distorsione della parola, che muta dall’interno, cambia natura, diventa altro, diventa “oltre”, oltreparola, per descrivere ciò che sembrerebbe impossibile descrivere, l’abisso di perversione di cui l’uomo è capace: “Evvai, ho detto, il vento soffia Ferdinand, pavesa la tua galera, lascia i fessi nella merda, lasciati portare, non credere più a niente. Sei scassato per più di due terzi ma con il pezzo che ti resta te la godrai ancora per un po’, lasciati sollevare dal vento di tramontana favorevole. Dormi o non dormire, oscilla, tromba, vomita, sbarella, schiuma, pustola, febbricita, schiaccia, tradisci, non farti scrupoli, è una questione di vento che soffia, tu non sarai mai più atroce e cazzaro del resto del mondo. Fatti avanti, non ti si chiede altro, hai la medaglia, sei bello. Nella battaglia delle facce di culo stai finalmente per stravincere, hai in testa la tua banda personale, hai la cancrena ma solo a metà, sei marcio d’accordo, ma hai visto i campi di battaglia dove non decorano le carogne e a te ti hanno decorato, non scordartelo o sei solo l’ingrato, il fallito vomitevole, la raschiatura di culo bavoso, non vali la carta per puliterlo”).
Ferito, moribondo in trincea, portato quasi miracolosamente in salvo, ricoverato, operato, infine in modo del tutto inaspettato decorato e poi, grazie a un inganno organizzato ai danni di un ufficiale inglese imbarcatosi alla volta di Londra: la trama di Guerra è tutta qui ma quel che conta, più di ciò che accade, è l’ambiente, la cittadina in cui tutto succede: Peurdu-sur-la-Lys, peurdu, si spiega in nota nella già citata premessa: “nome che ingloba peur du (paura di) e perdu (perduto): della guerra è folle non aver paura, è da pazzi non cercare di fuggirla e la guerra è perdita, di sé come persona, della propria vita. La perdita della guerra è irrimediabile, definitiva, assoluta.
Scrivere dei romanzi di Céline è scrivere principalmente della sua cifra stilistica unica, è ragionare (provarci almeno) sulla sua prosa e ancor più lo è per ciò che riguarda Guerra, la cui stesura non ha avuto alcuna revisione, lo si legge come se fosse l’autore stesso a offrirci i fogli subito dopo averli riempiti. Cosa significhi questo, cosa possa voler dire affrontare questo Céline non “mediato” (non mediato da lui stesso), tenta di spiegarlo il traduttore di quest’opera, Ottavio Fatica: “Guerra è frutto di una prima stesura di getto, che Céline avrebbe cesellato a lungo, e proprio lo stato non rifinito dell’opera crea difficoltà ulteriori all’atto di tradurre. Quanto c’è qui del Céline che conosciamo? In primo luogo la visionarietà allucinata, presente nella sua integrità; l’invenzione di personaggi biechi, grotteschi e spassosissimi; le situazioni assurde, atroci, esilaranti; il registro basso, quasi un basso continuo, ossessivo […]. Ci troviamo davanti a un torso sgomentante per terribilità, a volte quasi inguardabile per violenza, per crudezza, che anche dietro al rictus più osceno serba un’ombra velata di pietà”.
Eccovi l’incipit. Buona lettura e ancora buon 2026.
Sarò rimasto lì ancora una parte della notte dopo.