omicidio

Un cieco orizzonte

Recensione di “Copritele il volto” di P.D. James

P.D. James, Copritele il volto, Mondadori

Raccontare a distanza dai fatti. Ricostruire un tassello dopo l’altro. Farlo con metodo, ordine, osservando da ogni possibile punto di vista e convergendo, poco alla volta, verso un’unica prospettiva. In una parola, ripercorrere. Riguardare. Vedere di nuovo. Ricordando. E alla fine confessando.Leggi tutto »Un cieco orizzonte

Inchiostro rosso sangue

Recensione di “Il maestro della testa sfondata” di Hans Tuzzi

Hans Tuzzi, Il maestro della testa sfondata, Guanda

Tutto comincia poco dopo le cinque di una fredda mattina. Il palcoscenico è l’incolore, depressa periferia milanese. L’architettura nata povera degli edifici popolari, le strade invase dalla fanghiglia, il cemento dell’urbanizzazione stretto d’assedio dal verde selvatico di una campagna che sembra non volerne sapere di farsi città, l’esibita miseria delle roulotte di fortuna di un campo nomadi, strette le une alle altre nella grottesca imitazione di un abbraccio. Comincia tutto qui, agli estremi confini di una Milano che faticosamente cerca di stirare le proprie membra, di ingrandirsi, svilupparsi, crescere.Leggi tutto »Inchiostro rosso sangue

Prim’attore e Deus ex machina

Recensione di “Fer-de-lance” di Rex Stout

Rex Stout, Fer-de-lance, Neri Pozza

“Lo si confessi: tutti hanno letto prima o poi dei ‘gialli’, e proprio quelli del settimanale mondadoriano per lunghi anni dedito ai modelli più ‘classici’, da Edgar Wallace ad Agatha Christie e oltre, dai meccanismi limati e riconoscibili, presto familiari. Ho conosciuto fior di intellettuali e austeri professionisti che confessavano, in verità senza vergogna, di rilassarsi leggendo gialli. Anche militanti politici di sinistra e di estrema sinistra […]. E lo scopo era quasi sempre raggiunto: distrarre e divertire, ma tenendo tuttavia attivi i meccanismi della mente, un po’ come succedeva con le parole crociate, un surrogato del vero pensiero, un riposo dal vero pensiero. Veniva di qui il fascino del giallo classico, romanzo da treno e romanzo da dopo il lavoro o da pomeriggio domenicale, e senza offesa, da sala da bagno […]. Ma nei gialli si moriva asetticamente, igienicamente, con poco sangue e con pochi rantoli. Poi il pubblico si è smaliziato, ha chiesto di più e ha ottenuto più di quel che chiedeva […]. La rottura, l’irruzione della modernità nel giallo, è avvenuta con gli americani – come sempre rozzi ma efficacissimi pedagoghi della società capitalista – con i private eyes Sam Spade e Philip Marlowe, più duro il primo, più tenero il secondo […]. Si era parzialmente rinunciato alle vecchie signore e ai bizzarri curiosi nell’arte di scoprire e raccontare il delitto, anche se non ci si era rinunciato nella realtà. Nero Wolfe, per esempio, nacque nel 1934 con il romanzo che avete in mano, già perfettamente munito di una grandissima pancia e sapientemente definito in tutti i suoi vizi e nelle sue virtù. I vizi erano principalmente due, insieme all’amore per il denaro che poteva sorreggerli: un vizio che il lettore può sempre condividere, l’amore per la buona cucina e uno più raro e che oggi si direbbe ‘esclusivo’, e che tanto più lo era in quell’anno lontano, la coltivazione delle orchidee. Le virtù erano in definitiva una sola ma immensa: una formidabile intelligenza analitica e deduttiva che il creatore di Nero Wolfe non esitò, un tantino di corsa, a chiamare genio”. Così, elencando pregi e difetti del protagonista (che non differiscono poi molto dalle virtù e dai vizi del romanzo costruito attorno a questo originalissimo personaggio), Goffredo Fofi introduce il lettore a Fer-de-lance, prima avventura dell’impareggiabile, irritante e mastodontico Nero Wolfe (in Italia edita da Neri Pozzi nella traduzione di Clara Vela – a cura di Massimo Bocchiola), non proprio un detective, un investigatore privato, quanto un “filosofo della natura umana”, un esteta del vivere e dell’agire criminale, che egli osserva con gelido distacco e metafisica purezza, attento solo a cogliere i meccanismi del fatto delittuoso, a svelarne i modi del suo compimento e, con essi, le ragioni che ne hanno sostenuto l’esecuzione. Leggi tutto »Prim’attore e Deus ex machina

Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Recensione di “Amatissima Poona” di Karin Fossum

Karin Fossum, Amatissima Poona, Frassinelli

Un uomo che desidera amare ed essere amato ma che dei suoi sentimenti, che non conosce, e di cui non ha mai fatto davvero esperienza, ha quasi paura. Un uomo che sogna, immagina, fantastica, e che un giorno, trascinato da una forza che sente quasi come estranea ma che pure, in qualche modo, proviene da lui, da quel che prova, riesce a dare concretezza, a tramutare in realtà, ciò che ha sempre voluto, e si ritrova catapultato da un anonimo paesino norvegese al caotico arcobaleno di colori, suoni e umanità di una megalopoli indiana: Bombay. Qui quest’uomo, quasi avesse avuto un appuntamento con il destino, senza difficoltà alcuna conosce una donna, se ne innamora, ricambiato, e decide di sposarla. Per la coppia appena nata, la cerimonia nuziale in India non è che il primo passo di una nuova vita che si annuncia colma di felicità; la strada è già tracciata e non rimane che percorrerla: l’uomo, che si chiama Gunder, tornerà per primo in Norvegia, e una volta giunto a casa preparerà ogni cosa per l’arrivo della moglie, l’amata, amatissima Poona. Rivelerà alla sorella, sua unica parente, che si è sposato, e poco alla volta, passo dopo passo, la presenterà agli altri abitanti del luogo, un pugno di anime, volti noti, una comunità tranquilla, amichevole, solidale, che, Gunder ne è certo, gioirà con lui, con lui e con Poona, per il matrimonio, e accoglierà la donna come un dono, l’aiuterà a integrarsi, le darà una mano con la lingua, con usanze che lei non conosce, e in men che non si dica la farà sentire perfettamente a suo agio. Per Poona, Gunder lo sa, è il suo cuore a dirglielo, sarà come essere nata lì. Allo stesso tempo antefatto e cuore del romanzo Amatissima Poona di Karin Fossum, questa tenera, delicatissima e tragica storia d’amore – che si interrompe prima ancora di iniziare nel momento in cui Poona, atterrata in Norvegia, non trova ad attenderla all’aeroporto il marito, costretto a correre in ospedale a causa di un grave incidente d’auto occorso alla sorella, finita in coma, si smarrisce nel tentativo di raggiungere casa sua e va incontro a una morte orribile – si apre all’analisi di inquietanti profili psicologici. Leggi tutto »Un ispettore, in fondo, non è che un uomo

Un inavvertito abisso di solitudine

Recensione di “Anime alla deriva” di Richard Mason

Richard Mason, Anime alla deriva, Einaudi

Come può la fredda confessione di un omicidio esprimere un amore così forte da sfiorare l’assoluto? Come è possibile che una vita intera trascorsa al fianco di una persona, con tutto quello che ha significato, in un solo istante svanisca riducendosi a finzione, a menzogna, a patetico inganno? Quale ragione può esserci perché qualcosa di molto simile a un sogno d’improvviso si muti in incubo, in tragedia, in disfatta? A queste domande, a questi ossessivi perché e ai decenni colmi di entusiasmo e dolore, passioni e inganni che nascondono, cerca di dare risposta, in un lungo, intensissimo monologo che è a un tempo prezioso scrigno di memorie individuali e irrimediabile naufragio esistenziale collettivo, James Farrell, tra i protagonisti di Anime alla deriva, scintillante opera prima dello scrittore inglese di origini sudafricane Richard Mason (di lui in questo blog ho già recensito Noi; se vi interessa potete leggerla qui). Nello splendore austero di Seton Castle, dimora di famiglia in Cornovaglia, circondato dalle ombre del giorno ormai declinante, di punto in bianco sfinito dai suoi settant’anni (per celebrare i quali la moglie assassinata stava organizzando una festa a sorpresa), quest’uomo trova il coraggio di riaprire antiche ferite, di tornare al tempo d’illusoria felicità della sua giovinezza non solo per provare a dare un senso al gesto terribile che ha compiuto, ma per comprendere, finalmente, per quale tortuoso cammino è giunto fin lì: “Se mi conosceste, non direste che sono il tipo dell’assassino. Non mi considero certo un uomo violento, e non penso che l’aver ucciso Sarah modificherà questa opinione. Dopo settant’anni su questa terra, conosco i miei difetti, e la violenza, perlomeno in senso fisico, non è tra questi. Ho ucciso mia moglie perché lo esigeva la giustizia; e uccidendola ho ristabilito almeno una specie di giustizia. O no? […] La mia ossessione per il peccato e la punizione, messa a tacere in modo molto imperfetto tanto tempo fa, torna a farsi sentire. Mi scopro a chiedermi quale diritto avessi di giudicare Sarah, e quanto più duramente sarò giudicato per aver giudicato lei; per averla giudicata e punita in un modo in cui io non sono mai stato giudicato e punito”. Leggi tutto »Un inavvertito abisso di solitudine

Nel freddo mistero di Vienna

Recensione di “Qualcuno alla porta” di Geoffrey Holiday Hall

Geoffrey Holiday Hall, Qualcuno alla porta, Sellerio

Una gelida atmosfera di paura. Una minaccia sorda che sembra essere ovunque, che ristagna come nebbia lungo le strade, invade l’illusoria quiete degli appartamenti, avvelena le conversazioni, corrompe le confessioni e i segreti trasformandoli in ricatti. Una presenza obliqua, sfuggente eppure concreta, imposta dal momento presente, dalla situazione, dallo stato dei fatti e insieme nuova, altra, creata ad arte, studiata, adattata a particolari esigenze, messa a punto nel mondo in cui si mette a punto un’arma: con metodo, pazienza, precisione e in vista di un ben preciso fine. È la paura, evocata fin dalle primissime righe, la protagonista di Qualcuno alla porta, thriller, spy story, romanzo d’avventura e perfino mystery, opera dello scrittore statunitense Geoffrey Holiday Hall. Egli la evoca sia nel particolare, ricorrendo a sapienti descrizioni d’ambiente, sia a livello generale, scegliendo come teatro narrativo della sua storia la città di Vienna nell’immediato secondo dopoguerra e conducendo il lettore nella sua labirintica scacchiera burocratico-militare fatta di zone di influenza (e di conseguenti zone proibite) all’interno delle quali le potenze che avevano sconfitto il nazismo erano libere di spadroneggiare e soprattutto di spiarsi l’un l’altra con ogni mezzo. Leggi tutto »Nel freddo mistero di Vienna

Scrivere il delitto perfetto

Recensione di “La promessa” di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich Dürrenmatt, La promessa, Feltrinelli

Considerato nella sua essenza, il meccanismo narrativo del giallo classico è piuttosto semplice; nell’ordine abbiamo un fatto delittuoso, un investigatore che cerca di ricostruire l’accaduto, una serie di indizi che vengono scoperti e ordinati in logica sequenza attraverso un meticoloso lavoro di indagine e una serie di rigorose deduzioni e infine il disvelamento della verità (con la conseguente, rassicurante, cattura del colpevole). Genialità personale a parte, è esattamente questo, senza eccezioni, il percorso seguito dai vari Hercule Poirot, Sherlock Holmes, Miss Jane Marple, Auguste Dupin, insomma dai più celebri detective della storia della letteratura. Un percorso imboccato anche da un anonimo poliziotto svizzero, il commissario Matthäi, protagonista de La promessa, forse il miglior racconto del grande scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt. Leggi tutto »Scrivere il delitto perfetto

Come la lanterna di Diogene

Recensione di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij

Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo, Einaudi

Che cosa determina la moralità di un’azione? L’intenzione con la quale la si pianifica e poi la si mette in atto? Il fine, lo scopo che persegue? Le conseguenze cui approda? Le risposte della coscienza? E può, la coscienza, legittimamente dirsi giudice di quel che viene compiuto? Possono i suoi tormenti testimoniare la verità del male inflitto e i suoi silenzi esser prova d’innocenza? È nella distanza che separa la disincarnata perfezione dell’idea dalla sua realizzazione che riposano il giusto e l’ingiusto? In una cornice di profonda miseria materiale, che è insieme materiale narrativo e angoscioso richiamo a una situazione personale, questi interrogativi stanno a fondamento di Delitto e castigo, una delle opere più note del grande romanziere russo Fedor Dostoevskij. Nella parabola esistenziale ed etica del protagonista, il giovane studente Raskol’nikov, che, colmo di amaro risentimento, senza sosta si dibatte in oscuri pensieri, dove si confondono, come in un delirio, rivendicazioni di giustizia sociale e violenti desideri di rivincita e affermazione, l’autore disegna quella di un’intera generazione; Dostoevskij guarda alla Russia del suo tempo, incendiata da nuove teorie, vibrante d’entusiasmo e piena di paura, attratta dalla radicalità spavalda del nichilismo e timorosa di perdere il proprio ancestrale legame con la terra, con l’essenzialità del sapere contadino, con la memoria ruvida e sincera del popolo. Leggi tutto »Come la lanterna di Diogene

Un meditabondo Mangiafuoco

Un’atmosfera greve, densa d’infelicità e povertà, satura di sogni infranti. Il respiro corto di chi è costretto a inseguire la vita, a implorarne la misericordia, gli occhi gonfi di pianto e il cuore in tumulto di un innamorato respinto; l’ansia di riscatto consumata in un’attesa che sembra non finire mai, in un domani architettato come il più perfetto dei piani ma condannato a non vedere la luce. Ovunque un destino condiviso di sconfitta, il sapore metallico del fallimento, l’odore dolciastro… Leggi tutto »Un meditabondo Mangiafuoco

La morte inaspettata

Un delitto perfetto. Un piano infallibile. Una vittima ignara. Due assassini determinati, lucidi, efficienti. Una trappola mortale pronta a scattare. Nessuna possibilità d’errore, nessuna incertezza, nessun ostacolo. Un crimine studiato in ogni particolare, solido, inattaccabile, razionale, compiuto esattamente nel modo in cui è stato concepito, che obbedisce docile alla logica che lo ha plasmato, che risponde ai comandi come una macchina, così lineare da parere quasi rassicurante. Fino al momento in cui quel che dovrebbe inevitabilmente accadere, quel che con… Leggi tutto »La morte inaspettata